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I più giovani non lo ricorderanno e lo stesso vale per i più vecchi (che forse non ci si sono mai imbattuti), ma quelli della mia generazione, nel loro percorso di educazione civica (e sociale), hanno avuto a che fare con lui: Capitan Planet.

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Se i puffi erano il simbolo di un rispetto della natura pacifico, non violento, che si basava sull’eremitaggio o, quantomeno, sull’autoesclusione dal mondo (rappresentato da Gargamella, mago che li voleva sfruttare per trarre da loro il potere che l’avrebbe reso immortale), Capitan Planet era il simbolo di un’ecologia militante e globale.

Cinque anelli, rappresentanti i quattro elementi più il “cuore” (a denotarei una natura che si distacca dall’ottica Leopardiana, per diventare una madre affettuosa e bisognosa di protezione) vengono affidati a cinque ragazzi, ognuno di un’etnia diversa. Questi hanno lo scopo di vegliare sul pianeta, per ergersi contro la lobby degli inquinatori che, ad ogni episodio, cerca di inquinare come meglio può. Ognuno di questi anelli ha un potere, ma quando questi poteri si uniscono ecco che nasce Capitan Planet.

Capitan Planet, come è possibile notare, frequentava le serate del Mucca Assassina e, quando non era di turno per salvare il mondo, cercava di stemperare il suo colorito con un po’ di fondotinta, metteva abiti più consoni e si faceva chiamare Donatella, per il suo gusto un po’ retrò e l’amore per alcune canzoni della Rettore.

Data la sua natura, era l’unico a sapere sempre dove fosse Carmen Sandiego, tanto che spesso si incontravano per bere insieme un frappuccino da Starbucks, parlare dei rispettivi amori e dei mocciosi dai quali erano tampinati e che ormai aveva rotto gli zebedei ad entrambi.

Sfortunatamente per lui, il suo cartone non ha mai avuto molto successo: troppo rivoluzionario, troppo ribelle, anche un po’ no global per essere apprezzato dalla mia generazione – ormai completamente ipnotizzata dal ronzio del modem a 56k. La cosa lo portò a profonde crisi depressive, che cercò di superare con funghi messicani e piante jamaicane.
Erano anni difficili quelli: in tv si alternavano le immagini delle ragazzine di Non è la Rai (che facevano impazzire i ragazzini e pure qualche papà) ai servizi sulla guerra in Jugoslavia; Milosevich veniva paragonato ad Hitler e intanto i pacifisti (che della pace avevano compreso ogni sfumatura del concetto) manifestavano per la non violenza e per sganciare tutte le bombe a casa del generale.
Kurt Cobain si suicidava, Jeff Buckley moriva annegato, Berlusconi col suo partito saponetta prometteva di lavare la coscienza degli italiani, quando invece si limitava a ripulire il suo denaro sporco. La lotta politica degli anni di piombo era svanita insieme ai grandi movimenti, per fare spazio ad una frammentazione sempre più forte, che avrebbe caratterizzato poi i nostri attuali anni di merda.
L’unico che sposava la causa del nostro Capitan Planet era Luca Sardella, che cantava una canzone dal titolo “Viva la natura”.
Questo per Capitan Planet fu la goccia che fece traboccare il vaso.

 

Sparì dai teleschermi, così come dai negozi di giocattoli, e così come pure dalla memoria collettiva, nella quale oltretutto non era mai riuscito ad entrare.

Capitan Planet è stato un piccolo grande eroe della mia generazione. Qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dedicargli almeno una linea di prodotti biologici.

L’ultima volta è stato avvistato nei pressi dell’inceneritore di Acerra, mentre cercava di fare un cappio ad una corda.