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Così, oltre il 41bis adesso abbiamo anche il Fazio bis (e tra i due reggimi di detenzione non saprei cos’è peggio): è finita ieri anche l’edizione di Sanremo di quest’anno, con somma pace della musica, e degli intellettuali che storcono il naso di fronte all’esplosione di populismo.

Un festival giovane, sprizzante, pieno di brio e allegria. Sembrava uscito direttamente da un romanzo di Cesare Pavese.
Gli ospiti, di una senilità eccessiva anche per il più ampio Stato assistenziale, si sono alternati sul palco, facendo attenzione ai rispettivi cateteri e lasciando al loro passaggio quella scia tipica delle persone che hanno raggiunto un buono stato di friabilità.

L’assenza di primavera dei nostri cuori rispecchiava la scenografia che, sulla carta, doveva essere un omaggio alla bellezza, ma che nei fatti sembrava un omaggio all’Italia in costruzione e, sopratutto, ai suoi cantieri millenari.
Per non parlare di Fazio: simpatico come un tassista abusivo che ha appena fatto scattare la sicura dell’auto con te dentro.

Le zizze di Arisa: vincitrici morali del Festival.

Le zizze di Arisa: vincitrici morali del Festival.

Sono stati giorni duri per chi l’ha seguito, provando quel tragico senso di desolazione che una trasmissione del genere può farti provare; portandoti anche a porre atroci domande sulla vita:
– Cosa sto facendo del mio tempo?
– Ma sto costruendo qualcosa nella mia vita?
– Ma Arisa è scopabile o non scopabile?
– Il mio destino è già stato scritto o dipende da me?
– C’è vita oltre la morte?
– E, nel caso, ci faranno pagare anche lì il canone?
– Questo festival è davvero così brutto?
– L’unico modo per farlo peggiorare poteva essere far cantare Gigi D’Alessio?
– Cosa sto facendo di me?
– Tutta la mia vita si riduce ad una sega?

Perchè è così, quando passi tutte le serate di una settimana a vedere Sanremo la tua vita si riduce ad una sega. Così pensi a tutti gli altri momenti della tua esistenza in cui hai fatto lo stesso: la prima edizione del grande fratello, music farm con Califano e Iva Zanicchi. E poi vai oltre, pensi ad altri momenti pippa, tipo come quando ti piaceva quella tipa al liceo per cui avevi scritto dodici poesie e registrato due cassette, senza mai dargli niente di niente, immaginando come sarebbe stato, per poi venire a sapere che intanto si era messa con Peppe (detto “Capamorta”), pluri ripetente e già pluri pregiudicato, a causa di una serie di scontri con gli Ultras della tifoseria avversaria.

E, insomma, almeno per me è stato così: ho rivisto tutti questi momenti orribili della mia vita. E ho pensato che in fondo Sanremo è una forma populista di autoerotismo. Ma è infida, implacabile: non importa che lo si segua, non lo si segua, se ne parli bene o se ne parli male; non si comunque evitare il contatto masturbatorio (anche solo passeggero come una carezza affettuosa all’erezione mattutina).
L’ho affrontata con onore, con consapevolezza, con la stessa dignità con cui mi chiudevo in bagno a quindici anni, dopo pranzo.

Adesso, però, è il momento di rimettere l’attrezzo nei pantaloni e smettere di giocare.
Ovviamente, metaforicamente parlando.