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Se, come sosteneva Platone, “cantare bene e ballare bene significa essere ben educati“, ha ragione mia madre a vergognarsi di me perchè sono uno scostumato. Stonato come un gabbiano che cerca di intonare La Tosca, ho l’eleganza dei movimenti che ha un elefante in una cristalleria; ma non uno qualunque, bensì un elefante perfettamente consapevole del fatto che come si muoverà farà un danno, così cerca di restare calmo, di concentrarsi, di fare attenzione, ma la cosa gli fa aumentare solo lo stess; così va in tensione, suda, si guarda attorno frenetico, cerca di controllare i movimenti, resta concentrato portando il focus su ogni singolo arto per poi, ovviamente, inciampare nell’unico modo in grado di fare il maggior numero di danni possibili.
Una scena tragica; specialmente per il proprietario della cristalleria che non era assicurato.

Eppure, non mi arrendo!
Un giorno decido di iscrivermi ad un corso di ballo di coppia: salsa e baciata.
Totalmente inconsapevole dell’umanità che pratica questa danza, mi ritrovo circondato da quarantenni sovrappeso, annoiate dalla vita coniugale, a volte separare, qualche volta alla ricerca di un giovane e prestante toy boy, di quelli che si possono incontrare in palestra.
Ecco: immaginate una donna con questa aspettativa.
Poi va in palestra e trova me.
Ora, mostrando tutta la compassione verso questa donna, cercate di essere un po’ empatici anche verso di me, che mi ritrovo una femmina che mi rivolge uno sguardo colmo della delusione più densa di questo mondo.
(Eppure ho ancora i pantaloni addosso!)
L’insegnante dice: “Forza, ballate”.
E lei mi porta una mano sul fianco, sbuffando verso l’alto in modo che tutti sappiano che gran cacamento di cazzo sarà la serata.

C’è da dire che nella sala accanto c’è il corso di Karate. Così i giovani colmi del testosterone tipico dei guerrieri ogni tanto fanno un salto nella sala e, dopo essersi assicurati che lì non c’è trippa per gatti e neppure per loro, notano me: giovinotto diversamente alto (non sono basso: in Cina, ad esempio, potrei tranquillamente vivere di prepotenze) e in sovrappeso.
“Che fai, vuoi diventare una ballerina?” dice uno.
Ed io: “Meglio passare una serata abbracciato ad una donna, che a mettere le mani addosso ad altri uomini sudati”.

La rottura di due costole, una volta fuori la palestra, è uno degli effetti collaterali dell’avere sempre pronta una frase ad effetto e dell’essere totalmente privi dell’intelligenza per tenerla per sé.

Insomma, dopo un paio di mesi rinuncio.
Eppure non mollo definitivamente ma mi rivolgo ad un pensiero triste che si balla: il tango. (La definizione non è mia ma di Enrique Santos Discépolo).
Ora, però, devo fare un flashback e tornare ad alcuni eventi passati alla luce dei quali è possibile comprendere ciò che viene dopo.

Napoli, 11 marzo 2007
“Che cos’ha più di me?” dice un ragazzo che un giorno aprirà un blog chiamato Chionzo.
“Solo per farti un esempio” risponde la ragazza. “Lui è armonioso, sa ballare. Una donna vuole un uomo che si sa muovere, non uno che ha la scopa nel culo”.
Tranne quando la usa per ramazzarle la stanza (Pseudo-cit di EELST).

Roma, 22 settembre 2009
“Ma che significa che è semplicemente successo?”
“Sai com’è, balliamo insieme”
“E fammi capire, è capitato che mentre ballavate siete inciampati e il suo pene è entrato nella tua vagina?”
“Sei il solito stronzo. E’ che è normale quando si crea una complicità del genere. Ma vuoi capirne tu?”
In effetti, l’unico ballo che so fare è la Macarena, che lo fai da solo.
La macarena: sta alla danza come le pippe stanno al sesso.

Napoli, 29 dicembre 2013
A cena da amici.
“Sai, ballando tango mi sono resa conto che non c’è nulla di peggio di un uomo che non sa ballare. Davanti ai miei occhi perde qualsiasi mascolinità, diventa brutto, anzi, peggio, ripugnante… sento proprio un senso di repulsione. Mi verrebbe solo da guardarlo con disprezzo per poi dirgli: “Non sei nemmeno la metà di un uomo”.
“Come nella canzone di Joe Chiarello?
“In che senso?”
“No, niente”.
“Allora, dai, ti va di ballare con me?”
“Piuttosto voto alle primarie e segno pure Renzi!”

Dunque capirete quel profondo e logorante senso di ansia da prestazione che mi divora, quando conosco la mia dama. “Balla solo da un mese” dice il maestro. “Ma è portata”.
“Io, invece, non sono proprio il tipo che ha un grandissimo talento” cerco di minimizzare, come la madre di un camorrista che dice che non è colpa del figlio ma sono state le cattive compagnie.
“Non ti preoccupare, vedi che impari”. E’ ruspante l’insegnante di ballo: un vecchietto con un riporto che ricorda quello della golden age di Pippo Baudo.
(Ora dovete sapere una cosa: se insegni tango, ti chiami Antonio e vivi in provincia non può che toccarti il soprannome di Nino l’argentino. Non puoi farci niente, è la dura legge del popolo che, pure quando ti conferisce un minimo di autorevolezza, lo fa prendendoti per il culo).

Il tragico momento in cui il maestro ti stringe a sé prima di mostrarti il passo.

Il tragico momento in cui il maestro ti stringe a sé prima di mostrarti il passo.

Ma passiamo alla mia dama: una tenera, piccola, indifesa donzella di 18 anni. Penso che quando mi ha conosciuto, ha vissuto un esperienza simile a quella di Jodi Foster quando incontra per la prima volta Anniabal Lecter. Quando, invece, cominciamo a ballare, l’esperienza per lei si trasforma in un film tipo The Hostel.

Le pesto i piedi e le faccio male.
Non mi muovo eretto e quasi la faccio cadere.
Perdo il ritmo, ovvero le pesto i piedi e la faccio quasi cadere contemporaneamente. Alla fine mi guarda come se dai suoi occhi possano uscire raggi fotonici in grado di incenerirmi.
Ed io torno all’undici marzo del 2007, e poi al ventidue settembre del 2009 e, ancora, al ventinove dicembre del 2013.
Ad ogni suoi sguardo di disapprovazione, di fastidio, di risentimento, di dolore, inizio a rimpicciolirmi: il mio corpo si restringe, le braccia e le gambe si ritraggono, la testa diventa come un palloncino quando a poco a poco si sgonfia.
Ma lei non se ne accorge.
Ho un pensiero superficiale: ma mica la trasformerò in una di quelle quarantenni deluse? Stranamente ciò non basta a far diventare la mia pelle splendida. Ormai delle dimensioni di un acaro, la osservo ballare col mio fantasma che, essendo una merda esattamente come me, continua a pestarle i piedi.

Pure i cerchietti e le mazzarelle sanno ballare meglio di me!

Pure i cerchietti e le mazzarelle sanno ballare meglio di me!

Alla fine, lei torna a casa zoppicando mentre io, invece, cerco di consolare la mia autostima, che proprio non vuole saperne di me, mi dice che siamo scompa e non mi vuole più vedere.

Se, come diceva George Bernand Shaw (sì, oggi sono citazionista) il ballo è una manifestazione verticale di un desiderio orizzontale, allora io sono Pacciani!

[Memento poetico: la poesia del Pacciani!]

Attraverso la mia provincia addormentata con lo stesso sconforto di Max Pezzali nelle prime canzoni deglli 883.
L’esperienza del non saper ballare è qualcosa terribile. Penso a qualche mese fa. Seduto accanto ad Erica, parlavamo dell’apertura della Cina al capitalismo e dei rimedi naturali contro la gonorrea, scambiandoci i rispettivi punti di vista come due innamorati fanno coi baci. Sentivo che era fatta. Poi è arrivato tale Sandrone Scognamiglio e, mentre ancora stavamo parlando, l’ha presa per un fianco e l’ha fatta ballare sino a limonarla duro.
Intanto, io continuavo a parlare con la sedia vuota, nella speranza che fossi l’unico a essersene reso conto.

A scuola dicevano: “E’ intelligente ma non si applica”. Adesso potrebbero dire: “Si applica, ma non è intelligente. Forse ha bisogno del sostegno. Anche se, volendo essere onesti, io consiglierei la pedagogia spartatana e lo butterei giù da una rupe!”
Già la vedo mia madre sconvolta da una dichiarazione del genere. Si sentirebbe così offesa da buttarmi giù dalla rupe all’interno di un scatola sigillata piena di vetri rotti.

A casa tremo, mi porto le mani alla testa, mi dondolo al ritmo della milonga, mi risuonano nella testa gli insulti trattenuti della mia dama. Entra mia madre e fa: “Ma non devi andare a tango stasera?”
“No, non mi sento bene”.
Poi nota una bottiglietta vuota di coca cola sul comodino: “Ti serve quella?”
“No”
La prende e la butta in una grossa scatola di legno, con una forza tale da infrangerla. “Se ne hai altre me le passi, vero?”
La scatola ha le dimensioni giuste per uno della mia stazza.

Quando torno al corso ho paura, mi sento mancare il fiato. Vedo l’insegnante e la gola mi si secca, vedo la donzella ed entro nel panico. Mi gira la testa, vedo muoversi tutto attorno a me, è una visione degna di un film di Lynch: un teletubbies mi invita a ballare, ma non sono bravo così vengo processato per totale mancanza di coordinazione. Vengo condannato a due anni di lavori forzati in Siberia, mentre un sadico Don Lurio mi deride e mi frusta ogni volta che non mostro armonia nei movimenti mentre lavoro.
“Tutto bene?” domanda il maestro.
“Sì” rispondo, asciugandomi in fretta il sudore freddo sulla fronte.

L’esperienza del non saper ballare è terribile; non tanto per chi non vuole ballare, ma per chi vuole.
La donna è davanti a te ma non ti vuole, ti rifiuta; è lì, ma vorrebbe essere altrove, con qualcun altro, con qualcuno che non sei tu e che non sarai mai. Così, cercando di mantenermi in equilibrio, provo a ricordare i passi, ma li sbaglio tutti. Mi emancipo ai suoi occhi dalla mia natura di essere umano, per diventare il castigo per un delitto che neppure ha commesso.

Pomigliano, 3 febbraio 1997
“Obbligo!”
“Dai un bacio ad Umberto”
“No, ad Umberto no!”
“E perchè no? Mica gli obblighi devono essere per forza belli?”

Torno indietro nel tempo: sono un adolescente sfigato, in pulman di ritorno da un viaggio di istruzione. E dimentico tutti i passi. “Scusa” dico. E lo ripeto così tante volte che ne perde di significato.
Sono un quattordicenne che viene accettato dai suoi compagni solo quando può essere usato come penitenza. E inciampo su me stesso, sul suo piede destro e poi su quello sinistro. Sono ciò che resta di un corpo maschile quando viene privato completamente della virilità.
“Scusa il cavolo!” risponde lei.
Sono consapevole che sta facendo del suo meglio ma, per quanto si sforzi, non riesce a far uscire i raggi fotonici dai suoi occhi.

A fine lezione mi sento come un albero cavo. Non dico nulla, vedo solo l’altro ragazzo che sta imparando e prende il mio posto con la mia dama; lui sa ballare, si sa muovere. Non è una questione di tempo, ma di portamento. Lui ce l’ha a me manca. E , infatti, la dama sorride e lo stringe in piena fiducia.
Io me ne vado e, cercando di non avere un tono tragico, sto attento ad ogni movimento ma, manco a dirlo inciampo. Così bestemmio contro i lacci sciolti, tanto chi cazzo va a controllare se lo sono davvero!

Affronto la mia provincia addormentata già alle 20:30. Stringo nella mano destra una busta del supermercato Piccolo che contiene le scarpe dalla suola di cuoio che uso per ballare. E’ dura resistere all’impulso di buttarle nel cassonetto quando ci passo accanto.
A casa, trovo ancora aperti i libri che sto studiando. Se fossero esseri viventi, mi verrebbero incontro per darmi i bacini, farmi le coccole e dirmi che come li studio io non li studia nessuno.
Mi soffermo un attimo su questa scena e tutto ciò che penso me lo ripeto ad alta voce: “Basta, stai crollando!”
Ne prendo atto, poi cerco su youtube un tutorial di tango e lo comincio a seguire come le ciccione fanno coi video di aerobica nei film degli anni ’80.