Ho una seria difficoltà a comunicare con tutti i nati dopo l’aprile del ’94.
Non scherzo, è un problema!

Ieri ho detto una cosa del tipo: “Sei ambita come Heather Parisi negli anni ’80”. E la tipa in questione mi ha guardato come io guardavo mio nonno quando mi parlava di quanto era bravo Aldo Fabrizi in tv.

Oppure: tempo fa parlavo con mio cugino di chissà quale ragazza uccisa e ad un certo punto gli dico “Secondo me è una roba tipo quella che è successa a Laura Palmer”.
E lui: “Mò non lo so, non è che mi posso ricordare di tutte ste tipe che ammazzano.
(Ebbene sì, nei nostri discorsi siamo delicati come la cartavetra quando si hanno le emorrodi. Ma non siamo cattivi, è che ci scarabocchiano così).

Il fatto è che già quando tu fai un riferimento culturale e l’altro non lo coglie hai la sensazione di essere su due dimensioni diverse. Ma quando non lo coglie perchè all’epoca non era ancora nato, ti viene dentro un male di vivere che pure Montale si preoccupa se ti vede.

E’ che viviamo in spazi esistenziali diversi.
Io dico Mauro Repetto e loro dicono Billy Ballo.
Io dico Nirvana e loro dicono One direction.
Io dico Sgarbi e loro dicono Dipré.
Ma vi rendete conto di quanto sono subdoli: arrivano a farti rimpiangere Sgarbi!

Cercate di capirmi, sono cresciuto con Esplorando il corpo umano, per anni ho creduto che il mio corpo fosse una costante iacuvella, una specie di mercato, ‘nu burdell esaggerat, con due vecchi rincoglioniti che comandavano tutto e facevano pure i supponenti. 

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I nati dopo il ’94 a ‘ste stronzate non ci crederebbero mai. All’età in cui si fanno di anfetamina io giocavo coi Power Ranger e leggevo i fumetti dei supereroi (e la cosa tragica è che ancora li leggo i fumetti dei supereroi).
All’età in cui io cercavo disperatamente il video di Pamela Anderson e Tommy Lee, usando la sfrigolante connessione del 56k, loro fanno le orge, le mettono on line, di modo che altri coetanei possono guardarli mentre a loro volta si filmano e fanno un’orgia (quest’ultima parte è l’inizio del mio soggetto per la versione porno di Inception).

Per carità, non è moralismo il mio: è che mi sento inadeguato!
C’è una barzelletta che conoscono più o meno tutti e fa così.
Un giorno il babbo decide che è giunto il momento di affrontare il tema sesso col figlio. Così lo chiama, lo fa sedere al suo fianco e gli dici: “Oggi vorrei parlare con te di sesso”.
E il bambino risponde: “Va bene papà, che cosa vuoi sapere?”
Ecco, io sento che abbiamo raggiunto questo livello e non lo voglio giudicare, voglio solo dire che è davvero riuscire a comunicare quando lo spazio che separa è così forte.

Che poi, volendo essere per un attimo seri, quello che io ora scrivo sul blog, probabilmente mio cugino più grande di ventanni lo faceva (seppur in modo diverso) ad un paio di amici ai giardinetti. Quindi, sociologicamente parlando, si tratta della cultura antica che fatica ad accettare quella nuova, destinata comunque a divorarla.
Mettendola come i cafoni saliti che siamo, è che semplicemente stiamo invcchiando e, da bravi vecchi, cominciamo a lamentarci dei più giovani.

- Dov'eri tu quando c'era freak and geek? - Non ero ancora nato.  - Fanculo, te lo potevi vedere in streaming!

– Dov’eri tu quando c’era freak and geek?
– Non ero ancora nato.
– Fanculo, te lo potevi vedere in streaming!

Pensate, è lo stesso.
Mia madre mi raccontava di mia nonna che innorridiva per Celentano, per il suo sculettare davanti al pubblico: quello era il degrado.
E mio padre mi ha raccontato della reazione dei suoi parenti più anziani quando ascoltarono Volare di Modugno: il testo per loro non aveva alcun senso.
E’ lo stereotipo del: “Maledetti giovani, voi e il vostro dannato rock’n’roll!”
Ora Modugno e Celentano sono parte della storia della musica.
Così mi domando: e se succede lo stesso con gli One direction? O con Marco Carta?
E questo pensiero è la cosa che più si avvicina alla morte di Dio: perdo qualsiasi riferimento, non so più quello in cui devo credere, non sono più grado di distinguere il bene dal male, il mondo è un’infinita scala di grigi.
E poi mi ritrovo davanti ‘sto ragazzino nato dopo il ’94, che mi fa: “Oh bella sta camicia di flanella, fa tanto hipster!”

Così ho un’illuminazione.
Kurt Cobain è di fronte alla sua stufa alogena. La sta fissando da più di tre ore. Prima gli occhi gli bruciavano ora hanno smesso, o forse ha smesso di rendersene conto. Ha visto qualcosa in quel bagliore, qualcosa che non doveva essere in quello spazio e l’ha portato fuori dal tempo, nel futuro, al momento in cui ci sono io, che indosso una camicia a quadri verde, uguale a quella che indossava lui stesso nel video di Smells like ten spirit; non capisce quello che dice il ragazzo, ma di una cosa è certo: lui non gli piace! Mi osserva smadonnare e poi cerca un walkman, così per capire che musica si ascolta. Ma non c’è. Cerca allora dei cd ma niente. Gli ci vuole un po’ di tempo, deve osservarmi parecchio, per capire che adesso la musica sta nei computer, spesso piccolissimi. La cosa lo rattrista, perchè quando vedi un computer vedi solo immagini scritte, mentre quando guardi un cd ti ci specchi dentro. Cerca della musica su Spotify, trova quella della ex moglie e quasi si vergogna. Scappa fuori: è come un fantasma, attraversa le cose, ma quando vuole può anche toccarle. Entra in una casa e trova una ragazzina che ha un suo poster in camera, piange e scrive in chat mia mà mi deprime trp, volevo uscire con mario ma lei nnt, quella stronza non capisce, se stasera non gliela do io se la fa dare da un’altra. Poi clicca sul suo Spotify You know you’re right, si asciuga le lacrime, guarda e il poster e dice: “Kurt, solo tu mi puoi capire”.
A quel punto il bellissimo bagliore della stufa alogena compare di fronte allo sguardo, ancora lo spazio e il tempo si deformano sino a farlo tornare dov’era all’inizio: seduto sulla sedia, con gli occhi fissi sulla stufa. Ci mette un po’ per guardare altrove, con gli occhi prende confidenza con la stanza. Poi si alza di scatto, prende il fucile poggiato sul tavolo e, senza esitare, si spara in bocca.
Questa consapevolezza mi devasta.

Mi ci vuole un po’ di tempo per riprendermi. E quando penso di nuovo a tutta la situazione, mi rendo conto che I nati dopo il ’94 potrebbe tranquillamente essere il titolo di una canzone di Brondi o de I Cani.
E la cosa, non so perchè, un po’ mi fa sorridere.