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Ieri sono andato a vedere l’ultimo film del regista con la capigliatura di Wolverine: Jim Jarmush.

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La storia è molto semplice.
Ci sono una coppia di vampiri. Lui è un musicista: suona la chitarra, il basso, la cetra e, quando si mette una bacchetta in culo, anche la batteria. Vive isolato nella periferia di Detroit e il suo unico amico è un tizio che gli rimedia le chitarre con l’atteggiamento losco di chi commercia di eroina. Sto vampiro, però, sta un poco a pezzi: compone musica funebre, pensa al suicidio e, insomma, non è tutta sta allegria.

Poi c’è lei. Una fanciullona androgina con dei capelli che manco la criniera di un leone. Legge Byron, David Foster Wallace, vive a Tangeri e ha una splendida amicizia con Christopher Marlowe (sì, proprio il commediografo inglese che, per la cronaca, non è morto ma è diventato vampiro – una roba che in sala, tra il pubblico, i micojoni si sprecavano).

Guardateli bene: poser di questo calibro li vedete solo tra i fuori corso di lettere e filosofia.

Guardateli bene: poser di questo calibro li vedete solo tra i fuori corso di lettere e filosofia.

Quando lei capisce che lui sta così a depressione che manco Silvia Plath quando non digeriva la peperonata, decide di raggiungerlo a Detroit. I due si amano e fatto tutte le cose che normalmente fanno i vampiri innamorati: ascoltano la musica, parlano di letteratura, di scienze, girano in macchina, vanno in ospedale a prendere sacche di sangue per le loro cene romantiche. Insomma, una vita dopo la morte che pure la buon anima di Bela Lugosi, seduto in fondo a tutto nella sala, ad un certo punto ha urlato: “E questi froci voi me li chiamate vampiri?”

Lo spettatore a questo punto sta vivendo una profonda crisi di pallitudine, a cui però mette rimedio l’arrivo della sorella di lei.
La scena dell’annunciazione si svolge più o meno così.
“Amò, vedi che domani viene mia sorella”
“Tesò, ma veramente dici? Uà, che palle”
[Nel mio rimembrare i due vampiri si esprimono come due cafoni sagliuti, vallo a capire il perchè]
“Amò, quella è mia sorella”
“Eh, ma caca il cazzo lo stesso”
“Amò, non facciamo sempre le stesse storie”
“Vabbuò, però te la piangi tu”
“Amò, però la portiamo fuori un poco, eh!”
“Ma fuori che? Io voglio stare a casa, ci facciamo una partita sulla x-box, una paio di chiacchiere, cose così”

Alla fine arriva la sorella, questa comincia prima a toccare i tutti i dischi, poi gli strumenti musicali, si beve così tanto sangue che ad un certo punto lo spettatore non capisce se è una vampira o un’impiegata di equitalia; così decidono di portarla fuori e, tanto per non uscire a tre che fa sempre scostumatezza, decidono di chiamare anche l’amico umano di lui.
Insomma, per farvela breve. Il giorno dopo si ritrova la casa tutta sfasciata, l’amico dissanguato e la vampirella strafatta di sangue, al punto tale che pensi che adesso si mangerà un kebab per compensare la fame chimica.

(Morale della storia: non importa se sei vampiro, troveranno sempre il modo per cacarti il cazzo!)

Potrei andare ancora avanti con la trama ma non vi voglio massacrare gli zebedei come me li sono massacrati io; anche perchè la trama semplicemente non esiste. La storia è incentrata su loro due che fanno cose da hipster. L’intero film è un rimando di citazioni e ammiccamenti: dai vinili alle riprese di una Detroit in totale decadenza, dalle citazioni letterarie all’estetica dei due protagonisti, tutto sembra essere fatto come a voler solleticare con la lingua il buco del culo degli hipster.
Manca solo Gegia nuda e il quadro è completo.

Ad esempio, i due hanno questo look così dannatamente brit-rock, con tanto di movimenti lenti e occhiali da sole nel cuore della notte.
Ora, non so voi, ma io ci ho provato a camminare di notte con gli occhiali da sole. Ad un certo punto sono inciampato, sono caduto e mi sono tumefatto tutto quanto.
E vi assicuro una cosa: nessuno tra quelli che ha visto la caduta ha pensato che fossi dark!

Il problema, secondo me, è che negli ultimi anni i vampiri si sono irricchioniti di brutto.
Che fine ha fatto quei bei vampiri alla Christopher Lee, assetati di sangue, malvagi, mostruosi?
Probabilmente hanno scoperto lo smalto, la manicure e sono diventati dei metrosexual del cazzo!
“Eh” fa una sbarbina hipster random. “Ma tu devi capire che ciò che conta non è il mostro, ma l’umanità del mostro?”
Ma chi cazzo se ne fotte dell’umanità del mostro? Se io voglio vedere un film che parla di umanità, voglio vedere un film con degli uomini. Se voglio vedere un film di vampiri, mi aspetto che i vampiri si comportino da tali e non come dei ventenni spocchiosi, che mi ricordano gli sfasulati che fanno l’aperitivo fuori l’università e fanno a gara a chi ha letto e visto roba che gli altri non hanno letto e visto.

Sono vampiri vuoti, tristi, inutili, al punto tale che neppure vivono una trama, si lasciano andare, vivendo il loro amore come un incontro individuale, di citazioni, di aneddoti, dove ogni informazione è razionale e l’emozione non esiste. Vivono nella testa e ci spacciano quel modo di vivere come amore. Sono completamente vittime della loro estetica e la spacciano per etica.

E voi mi direte: “E’ tutta colpa di Twilight!”
Macché, è colpa di Miriam si sveglia a mezzanotte. Prima che David Bowie interpretasse il vampiro che muore di Aids, i vampiri erano diversi. Erano cazzuti, crudeli, sadici, mica come sti radical chic che più che usciti dal libro di Tom Wolf, sembrano averlo stalkerato affinché lui scrivesse anche di loro.

Insomma, alla fine sono uscito dalla sala con un profondo senso di amarezza.
Nel mondo c’è qualcosa di profondamente sbagliato quando i vampiri smettono di seminare terrore e diventano dei ragazzini appena usciti da un concerto de I Cani.