Seeeenti per caso conosci…”
Esiste uno strano bug nel sistema di programmazione dell’essere umano secondo il quale, durante una conversazione, non appena dici alla persona di fronte di quale città sei, in che ufficio lavori o che scuola hai frequentato questi, immediatamente, con assoluta e certa garanzia, chiederà se conosci Tizio (o qualsiasi altra persona con un nome meno ridicolo).

“Davvero sei di New York? Ma per caso conosci Bill?”
Certo, ho fatto l’esempio di New York, ma potrei tranquillamente fare riferimento a Napoli. “Oh, ma mica conosci Gaetano Esposito?” Come se ne esistesse solo uno, solo ed esclusivamente quel Gaetano lì.
Secondo me questo problema deriva dal fatto che ognuno di noi pensa che il mondo sia esattamente il pezzetto di mondo da lui conosciuto.
“Veramente lavori all’Apple? Mica conosci Giovanni del settore contabilità?”
“Ma io sto al negozio”
“Eccheccentra, non vi conoscete tutti?”

Quindi, ecco che non appena dico che lavoro faccio mi arriva, puntuale come una malattia venerea dopo una notte di bagordi, la fatidica domanda. E quando rispondo di no, che non so chi diavolo sia il tipo appena nominato, la persona di fronte mi rivolge uno sguardo di disapprovazione, carico di tutto lo sdegno che si può rivolgere a cotanta ignoranza.
“Ma come non lo conosci? Fa questo lavoro da un sacco di tempo!”
“Ma forse non l’ha mai fatto con me”.

La realtà è che io di colleghi ne conosco pochissimi e non ho mai avuto grande interesse a frequentarli: sono troppo invasati, così concentrati a dare l’immagine di sé dei vincenti o delle guide spirituali, da perdere tutto ciò che dovrebbe avere un essere umano – per non parlare del fatto che sono così esaltati, che dopo dieci minuti provo una sensazione che, come un pendolo, oscilla tra il desiderio del suicidio e l’omicidio violento.

Malgrado questo, oggi sono ad una cena con almeno una trentina di loro, tra cui uno che, mentre manda giù bicchieri e bicchieri di prosecco, mi dice: “Ah, sei laureato in sociologia? Conosci mica…” e via di nome e cognome random che non significano per me assolutamente nulla.
“Sì, è quello che è rimasto col pesce nel buco della parete del bagno”.
“No, aspè” panico, confusione. “E’ un tipo alto, con i capelli bruni, una persona seria”.
“Sì, sì, ho capito bene. Capelli castani, più o meno alto così” fermo la mano almeno due o tre spanne sopra la mia testa. “Tipo serio, ma strano”.
“Secondo me non ci siamo capiti”.
“Secondo me non conosci bene quelli che ti circondano”.

Poso il mio bicchiere ancora pieno sul tavolino al nostro fianco e mi allontano. In queste occasioni è sempre meglio evitare di ubriacarsi: bisogna essere completamente lucidi per mandare in crisi il prossimo.
Queste occasioni funzionano più o meno così: ognuno deve dare l’impressione di essere più figo degli altri. Come nelle riunioni degli ex compagni di scuola, ognuno è ossessionato dal dimostrare di avere avuto più successo di tutti. E la parola chiave non è tanto successo, ma dimostrare: non conta, infatti, il successo effettivo ma quello che gli altri percepiscono. Insomma, siamo alla sagra della presa per il culo ed io cerco di renderle grazia nel modo più dignitoso possibile.

La riunione di classe che vorrei

La riunione di classe che vorrei

“Quanto hai guadagnato quest’anno?”
“Intendi col coaching o con le scommesse sui cani?”
Il bello è che quando dici frasi del genere con un tono serio e un’espressione completamente impassibile, le persone vanno nel pallone: l’assurdità della frase stride in modo fortissimo con tutta la sua componente non verbale. Alcuni si sentono presi in giro, altri provano imbarazzo, altri ancora vengono dilaniati dalla curiosità e fanno domande. Insomma, non so cosa rappresentano per i miei colleghi serate del genere, per me è un po’ come andare al parco giochi; e loro sono le mie personalissime giostrine – whoooooooo, più veloce!

Benedico il free bar ordinando un chinotto e gettando uno sguardo panoramico lungo tutta la sala. Ad occhio, posso affermare quasi con certezza, che sono l’unico sfigato a non essere venuto accompagnato.
I motivi sono semplici: sono single e, se anche non lo fossi stato, non avrei mai chiesto ad una persona a cui voglio bene di condividere questo strazio. Quindi la domanda che può sorgere è la seguente: “Ma perchè cazzo ci sei andato?
Perchè il mondo del lavoro è crudele, bisogna farsi vedere, fare amicizie (certo, per ora non ne ho fatte tantissime), fare in mondo che la gente sappia chi diavolo sei, di modo che quando qualcuno domanderà “… quindi conosci Umberto De Marco?” l’altro possa dire “Certo che lo conosco“. Con la speranza che non aggiunga pure: “Quello stronzo!”

Un uomo mi fa un cenno da metà della sala. Si muove tra i tavolini tenendo la mano ad una donna con un abito da sera azzurro, che le mette in risalto seno, fianchi e gambe. Man mano che si avvicinano, mi rendo conto che lei non ha più di venticinque anni. Il mio collega, invece, ne ha almeno cinquanta.
Non siamo amici, ma abbiamo frequentato parecchi seminari insieme, dopo i quali spesso siamo andati a mangiare con altri colleghi, oppure siamo andati a bere una birra. Non ricordo il suo nome e, detto tra noi, non è affatto importante.

Siamo sinceri: fisso la scollatura della ragazza per tre secondi buoni, dopo i quali mi rendo conto di ciò che sto facendo, quindi dissimulo imbarazzo e saluto il mio collega con un calore forse troppo eccessivo. “Ti presento Olga” dice lui.
Le stringo la mano e percepisco immediatamente qualcosa di strano. La osservo di nuovo, gli occhi cadono ancora nella scollatura neanche fosse quello l’elemento strano.
“Come va?” mi domanda lui.
“Non è un periodo positivo. Il settore è in crisi”.
“Ma no, non è in crisi. Ci sta solo mettendo alla prova”. Ecco, capite quando dico che i miei colleghi sono una massa di esaltati? “Ci sta offrendo nuove possibilità, è solo che ancora non le vediamo”. Gli farei vedere io un paio di ceffoni a manrovescio. “Dobbiamo comprendere che la crisi è un’opportunità, un modo in cui chi ha cervello può riuscire ad imporsi sugli altri”.
“E tu hai cervello?” domando con una sincera curiosità.
La ragazza ride e la cosa mi fa sentire in colpa, non volevo metterlo in imbarazzo davanti a lei.

Il coach medio: nella sua bislacca autopercezione.

Il coach medio: nella sua bislacca autopercezione.

“Questo sta a te dirlo, io la crisi non la percepisco. E tu?”
Ok, me lo sono meritato. Forse dovrei smettere di fare il rompi balle e indossare anche io il mantello rosso e le mutande sopra i pantaloni e spacciarmi per Superman. Per carità, quello che dice lui è giustissimo, è il modo che è sbagliato. È giusto affrontare la crisi come fa lui (sempre meglio che lamentarsi e restare immobili a piangersi addosso) ma, quando sento qualcuno esprimersi in questo modo, penso solo che o ha lasciato l’empatia a casa o non ne hai mai avuta granché. Di fronte ad un problema non ha senso spararmi in faccia il tuo pensiero positivo, che cosa mi vuoi dimostrare: che sei più figo di me, migliore, più in gamba? Qualunque cosa sia, quale pensi sia la mia reazione? Mi inginocchio e ti chiedo di insegnarmi ad essere come te o ti mando a quel paese perchè mi stai così tanto sugli zebedei che cominciano a pesarmi troppo?

Ma ovviamente questo non è una normale conversazione tra due persone, siamo ad una sottospecie di riunione di classe, qui non basta essere umani, bisogna andare oltre, ergersi oltre ogni altro essere vivente e spiccare sulla vetta (ovviamente in perfetta solitudine: perchè mentre lui va a scalare i suoi limiti, tutti gli altri sono rimasti al rifugio a bere, mangiare, ballare e forse forse qualcuno rimedierà pure una pelle).

Si avvicina un altro collega, uno che non ho mai visto, ma deve essere ben conosciuto dal mio uomo anti-crisi, che lo saluta con un abbraccio tanto virile quanto freddo, poi saluta la sua signora e presenta la propria; infine, visto che si trova, presenta anche me.
I due devono parlare di lavoro: si scambiano frasi e battute su un progetto rivoluzionario che li renderà ricchi, un qualcosa di innovativo che può essere generato solo dalla loro particolare sinergia (non sto inventando nulla, si esprimono proprio in questi termini).

La ragazza con l’abito azzurro, intanto, è assente. Dopo essersi presentata è come se si fosse completamente distaccata dal luogo: ha lasciato la mano del compagno, controlla il cellulare, scrive, sorride, scorre lo schermo con le dita, sorride ancora e riprende a scrivere. Ad un certo punto lui si volta a guardarla. “Olga!” esclama. Lei mette velocemente il cellulare nella mini borsa che ha con sé e torna da lui. Non si limita a raggiungerlo, più che altro sembra ubbidire all’ordine.

Torno al bar, di modo da poter scorgere l’intera sala: i tavolini sono tondi, sostenuti ognuno da tre gambe, con massimo quattro sedie attorno. Per lo più sono le donne ad essere sedute, la stragrande maggioranza sono mogli, fidanzate e compagne, ma ci sono anche colleghe, che indossano l’immancabile tailleur, che mette in risalto le gambe e le scollatura quando vale la pena metterla in risalto, altrimenti limita a donare quel tono austero da avvocatessa della city di Londra, totalmente priva di qualsiasi impulso sessuale. Come nel resto del mondo, anche nel mio lavoro le donne hanno due linee guide di comportamento: usare la propria femminilità, le proprie forme, il proprio corpo con relativi feromoni per acquisire clienti, giungere ad un differenziale positivo con i clienti e colleghi maschi che vorrebbero scoparsele e con le clienti che, toccato il fondo della loro assenza di fiducia, cercano solo una donna che appaia sicura e gnocca quel tanto che basta da poter essere seguita come una guru, da eleggere a modello da imitare. Oppure: diventano delle irritanti fighe di legno, in una lotta silenziosa contro l’universo maschile.

Una volta uscivo con una collega. Anzi, non solo era una collega ma collaboravamo anche insieme. Un tipico errore di gioventù che mi ha fatto capire che se non bisogna sputare nel piatto dove si mangia, è ancora più sconsigliato sborrarci dentro. Si occupava perlopiù di vendita, tenendo dei corsi all’interno di varie aziende. “Tutto può essere venduto” diceva lei.
Fatt’accattà a chi nun te sape” rispondevo io.
Lei si innervosiva, non aveva senso dell’umorismo, si prendeva troppo sul serio. Credeva nel pensiero positivo, nel volere è potere, nel poter fare qualsiasi cosa (ma proprio qualsiasi). Vi domanderete voi: tu non credi alle stesse cose?
Sì e no. Come ho già scritto, non è il contenuto il problema, ma il contenitore, quel porsi su un piedistallo con la convinzione che se gli altri si comportassero e la pensassero esattamente come te, il mondo sarebbe un posto migliore e le persone vivrebbero il tipo di vita che vogliono.
Non ho mai capito come mai a nessuno nel mio ambiente sia venuta un’ernia all’ego.

"Sono una di quelle poche donne che sa per certo di piacere agli uomini per la sua fantastica personalità!"

“Sono una di quelle poche donne che sa per certo di piacere agli uomini per la sua fantastica personalità!”

Gli uomini, invece, sono quasi tutti in piedi, in gruppetti massimo di cinque persone. Ridono, si scambiano i biglietti da visita manco fossero le figurine dei calciatori, si danno pacche sulle spalle, ogni tanto qualcuno prende sotto braccio un altro per parlare a quattr’occhi (quanta dannatissima ipocrisia in questo gesto: un movimento sciolto, netto, che deve apparire forte e allo stesso tempo affettuoso. È come se dicesse seguimi, seguimi perché ti voglio bene e non posso che portarti in un luogo che ti piace. Quando in verità alla base di qualsiasi collaborazione tra di noi raramente c’è la stima, l’affetto o anche solo la consapevolezza che due competenze diverse possono portare alla creazione di un servizio migliore; ciò a cui ognuno punta sono i contatti: la lista di clienti, interessati, simpatizzati, raccolta col sudore della fronte e con complessi sistemi di marketing on line. Unire le forze non significa unire le abilità, ma unire le proprie liste, scambiarsi i contatti, di modo da poter aumentare il proprio bacino di utenti).

“Un bicchiere di vino bianco”.
Il mio sguardo viene strappato via da lì e torna sulla ragazza in abito azzurro: questa volta, mentre è appoggiata con i gomiti sul bancone del bar, posso osservarle il sedere.
Si volta verso di me e sorride: “Ti stai annoiando, vero?”
Fingo un sorriso che più che altro è una smorfia: “Da morire”.
“E allora perché ci sei venuto?”
“Bella domanda”.
Mi accorgo che non è italiana. Dal modo di parlare dovrebbe essere dell’est, per quanto dai suoi colori non direi mai che è russa, forse è ceca (e baso questa ipotesi unicamente sul fatto che è bruna, con gli occhi di un colore che dovrebbe essere una via di mezzo tra il verde e il nocciola).
“La vera domanda” dico. “È perché ci sei venuta tu?”
“Io perché devo”.
Resto interdetto, sollevo consapevolmente entrambe le sopracciglia (mi sono detto più volte di non farlo, mi fa sembrare una pessima imitazione di Groucho Marx) come a volerla spronare a dire altro, ma per lei la risposta deve essere abbastanza esaustiva.
Solleva il bicchiere di vino e dice: “Brindiamo alla noia?”
Prendo il mio pieno per metà di chinotto e lo sollevo: “Alla noia”.
Li facciamo tintinnare l’uno contro l’altro, guardandoci negli occhi e provando uno strano senso di unione.

Cerco di essere chiaro sin dal principio: non c’è attrazione sessuale, non c’è interesse reciproco, anzi, tra me e questa ragazza non accadrà assolutamente niente; è solo che siamo quasi coetanei e non abbiamo per niente voglia di essere qui. Avvicinarsi l’uno all’altro è la cosa più naturale che può succedere.
Le chiedo cosa fa e lei mi racconta di Milano, di un negozio di moda, di commesse, di clienti donna arroganti e clienti maschi maiali. Intanto io mi chiedo se è davvero fidanzata col mio collega, se è la sua compagna di letto o, semplicemente, un trofeo da ostentare nelle occasioni sociali, in cui avere una bella donna accanto (meglio ancora se giovane) è un modo per innalzare il proprio status al punto tale da apparire un professionista migliore rispetto a chi – tanto per dire – si porta a letto un cuoppo.

Nessuno si innalza lo status come il buon vecchio zio Hugh Hefner.

Nessuno si innalza lo status come il buon vecchio zio Hugh Hefner.

Mi torna in mente un ricordo.
Avevo ventun anni e camminavo mano nella mano con Elisa lungo il corso principale della sua città. Era notte ed eravamo appena usciti da un concerto in cui si erano esibiti vari gruppi, tra cui dei nostri amici. Mentre tornavamo alla mia auto, una macchina piena di tamarri inchiodò accostandosi a noi, poi uno di loro abbassò il finestrino per urlarmi: “Guagliò, ma lo sai che stai con un cesso?” E, senza neppure aspettarsi una risposta, ripartì. Lo racconto alla ragazza e lei non riesce a nascondere un’espressione confusa.
“Mi è venuto in mente così” aggiungo. “Sai, una libera associazione” anche se non è proprio vero.
“Ti sei sentito offeso?” mi domanda.
“No, peggio: umiliato. Ma non per quello che puoi pensare. Elisa era tutto fuorché bella, questo però non le impediva di essere eccezionale e niente e nessuno mi avrebbe impedito di sentirmi orgoglioso al suo fianco. In quel momento mi sono vergognato di me”.
“In che senso?”
Può davvero una donna capire come mi sentivo?
Un tamarro insultava la mia ragazza ed io? Io ero lì in silenzio, immobile, completamente preso alla sprovvista; fu una delle rare occasioni in cui non ebbi la battuta pronta. Il punto è che se anche avessi risposto, che avrei ottenuto? Probabilmente sarebbero usciti tutti dall’auto e mi avrebbero fatto sperimentare i dolori di una cresima laica.
“Dimmi tu, cos’è peggio: restare in silenzio e non difendere la propria donna o difenderla con la consapevolezza che verrai pestato a sangue senza alcuna possibilità di salvezza?”
Olga sorride: “Ogni donna ti dirà che la prima è la scelta più saggia. Ma in cuor suo rimpiangerà il fatto che non hai preferito la seconda opzione”. Si interrompe. “C’è qualcosa di affascinante nei cavalieri con l’armatura scintillante e… qualcosa di ancora più affascinante nei cavalieri destinati alla sconfitta ma che, malgrado questo, la affrontano”.
“Come lo definiresti questo qualcosa?”
“Non lo so… forse essere una testa di cazzo”.

Mi chiede del mio lavoro e, quando le dico che mi occupo anche di ipnosi, vuole il mio numero di cellulare. Dopo poco viene richiamata dal suo compagno ed io inizio ad andare in giro, a chiacchierare coi colleghi. Sono venuto qui per questo; o almeno in apparenza. L’unica ragione reale per cui sono qui è perché questa sera non avevo proprio di meglio da fare e non mi andava di restare a casa, così poteva essere una buona idea quella di farsi vedere in giro dai colleghi.

Per non parlare del fatto che queste occasioni sono ottime per raccogliere le informazioni. Ad esempio: il collega che guadagna di più non necessariamente è il più bravo, di certo è quello che sa vendersi meglio. Così ci si pongono delle domande: come ha fatto? Che strategia ha usato? Ha operato solo on line? In che modo posso applicare la stessa strategia a ciò che faccio io?
Ovviamente le informazioni che si hanno in questi casi sono sempre un po’ sfalsate. Proprio per quel complesso da riunione degli ex alunni, ognuno cerca di pompare, patinare ed esaltare la propria immagine; un po’ come quelli che dicono: “Mi occupo di gestione immobiliare, coordino i vari proprietari di modo da conciliare i bisogni  discordanti, così da poter compiere scelte amministrative ottimali per l’intero team”. E sono amministratori di condominio.

Per mezzanotte sono in auto, con i Twilight singers a tutto volume, diretto verso casa.