1.
Stefania aveva i capelli lunghi e neri e indossava quasi sempre la stessa maglia dei Nirvana. Quando la vedevo fuori scuola sentivo una cosa prendermi la pancia, una specie di stretta, un morso, e mi incantavo a guardarla, a fissarle il viso e i seni che si vedevano appena, perché la maglietta era di due taglie più grande e dava a tutto il suo corpo una forma strana.
I miei compagni di classe mi prendevano in giro e dicevano che quella lì non mi avrebbe mai guardato, perché la ragazze di terza non li guardano mai quelli di prima.

2.
Quello era il mio primo anno alla scuola media, il primo anno senza un grembiulino che mi proteggesse da tutti quegli sguardi che fissavano le orribili felpe che mi comprava mia madre.
“Vesti come un fesso” diceva Luca. Ed io non sapevo cosa rispondergli.
Era il primo anno che pensavo alle ragazze e le guardavo e le volevo, perché avevo l’impressione che fosse giunto il momento. Ma le femmine erano lontane, ci guardavano e sorridevano e poi dicevamo che eravamo troppo piccoli per loro; guardavano quelli di terza, oppure quelli dell’Itis non troppo lontano, che si facevano trovare nel cortile a fine giornata. Stavano seduti sui muretti, con una sigaretta che penzolava tra le labbra, muti, al massimo dicevano qualche parola all’amico che avevano accanto, puntavano questa o quella, qualche volta facevano un commento ad alta voce e, se la ragazza si girava, ci attaccavano bottone. A volte, invece, erano diretti: le abbordavano con la scusa dell’ora, di un informazione o con un complimento.
Io guardavo tutto questo e non sapevo proprio cosa fare.

3.
Luca in classe era il più grande. Era uno di quei ragazzi con la battuta pronta e per dicembre già stava con Viviana, che era una che sedeva al banco dietro il mio. Luca la baciava Viviana e le toccava pure un po’ le tette.
“Devi essere sveglio” mi diceva, quando mi trovava con lo sguardo fisso su Stefania.
Quando ci pensavo, immaginavo di dire a Luca che era uno stronzo, ma quel sogno ad occhi aperti non durava mai tanto. Così mi ritrovavo nella mia stanza, steso sul letto, o davanti alla scrivania con i libri aperti, e mi dicevo che io con una ragazza non ci sarei stato mai e poi mai.

4.
La sera il telegiornale mandava sempre in onda Di Pietro che parlava delle tangenti. Durante la cena, cercavo di convincere i miei a portarmi al  McDonnald’s, ma loro mi dicevano di stare zitto e alzavano il volume della televisione, mentre mio nonno bestemmiava, come se i politici lì dentro potessero sentirlo.
5.
Il mio compagno di banco era Paolo, con lui parlavo sempre delle ragazze. A lui piaceva Simona, una che stava seduta all’ultimo banco e aveva le tette più grandi là dentro. “Io quella lì me la faccio” diceva.
Ma non gli davo retta, era troppo stupido lui per stare con una ragazza. Se non parlavamo delle ragazze parlavamo dei fumetti. Ad entrambi piacevano quelli della Marvel, gli X-Man; lui usciva pazzo per Wolverine, mentre io preferivo Gambit. “Wolverine lo fa a pezzi Gambit!” diceva, poi stringeva il pugno e con l’indice dell’altra mano segnava la traiettoria delle lame che venivano fuori.
Io allora fingevo di avere un mazzo di carte esplosive, ne prendevo una e gliela lanciavo contro. “Gambit a quello lì non gli dà manco il tempo di avvicinarsi che subito lo fa saltare in aria”.
ddd6.
A Pomigliano, dove vivevamo noi, non c’era niente da fare. Il sabato sera restavamo un po’ a piazza Primavera, oppure andavamo a sederci al chiosco. Ci parcheggiavamo lì sino a quando non si faceva ora di andare a casa. Incontravamo quelli delle altre classi e ci mettevamo d’accordo per organizzare delle partite a calcetto.
Eravamo forti noi, con Luca che giocava in attacco e faceva il Maradona e partiva da metà campo e buttava tutti a terra, sino a segnare. Io giocavo in porta e mi facevo chiamare Benjy. Luca, invece, si faceva chiamare Holly.

7.
Prima delle vacanze di Natale, Simona dette una festa a casa sua. Ballammo Il battito animale di Raf, i ragazzi con i ragazzi e le ragazze con le ragazze; poi i lenti di Eros Ramazzotti, tutti fermi, senza muoverci per non fare brutta figura. Luca e Viviana si baciavano e Paolo mi diceva che anche lui una volta aveva baciato una ragazza ad una festa, giocando ad obbligo o verità.
Io pensavo che c’era qualcosa che non andava, perché nei film che avevo visto le feste non erano così. I ragazzi nei film che avevo visto erano divertenti, sapevano cosa fare e, se pure erano impacciati, c’era sempre una ragazza che si avvicinava, prendeva l’iniziativa e li invitava a ballare.
Mio padre venne a prendermi alle nove e mezza. In macchina mi chiese se mi ero divertito ed io risposi di sì. Anche perché se avessi detto il contrario non credo che mi avrebbe capito.
A casa mi lavai, indossai il pigiama e poi andai a letto, sapendo che non sarei riuscito a prendere sonno. Dopo un po’ entrò mio nonno e mi chiese com’era andata la festa, se c’era qualche ragazza che mi piaceva. Gli dissi che la festa era stata strana, forse brutta e che sì, cera una ragazza che mi piaceva, ma era più grande di me. Lui rimase in silenzio per qualche secondo e si limitò a dire: “Effettivamente questo può essere un grosso problema”.
Non so perché, ma la cosa mi fece sentire un po’ meglio.

8.
Alla partita contro la III B venne anche Stefania. La guardavo dalla porta, tornando ogni tanto con lo sguardo al campo. Luca si buttava su quelli dell’altra squadra con la voglia di fargli male, ma gli avversari erano troppo più grossi. Paolo, invece, non appena prendeva la palla subito la perdeva, qualche volta si buttava a terra e poi chiamava il fallo. Ma nessuno gli badava, non c’era nessun arbitro a controllare e poi si vedeva benissimo che fingeva.
Stefania parlava con alcune amiche e disegnava sui diari, la partita non la interessava. Sfogliava le pagine, scriveva e poi le sfogliava di nuovo. Se fossi stato come Gambit le sarei piaciuto di sicuro. L’avrei incontrata una notte per la città, mentre un gruppo di ragazzi volevano farle del male; lei avrebbe urlato ed io, dall’alto del lampione sul quale ero seduto, avrei lanciato due carte esplosive su questi ragazzi. Poi sarai balzato vicino a lei, mi sarei preoccupato che stava bene e lei mi avrebbe guardato con degli occhi lucidi e grandi, che nessuno prima di me aveva visto e…
Mi segnarono.
“Ma che cazzo fai?” urlò Luca. “A che cazzo pensi, ricchiò?”
Mi limitai ad alzare le spalle e, come sempre, non dissi niente.

9.
Non mi piaceva la birra, troppo amara. Però con Luca qualche volta la bevevo, dando due o tre boccate alle sigarette che fregava al padre. In quelle sere eravamo soli io e lui, lontani dal chiostro, poggiati contro la saracinesca abbassata del fruttivendolo a via Locatelli e ci dicevamo che Pomigliano faceva schifo e che faceva schifo pure la nostra scuola. “L’Omero è una merda!” urlava, prendendo a calci quello che trovava. “Le vedi le professoresse, ci trattano come quelli delle elementari”.
“E perché, le ragazze?” rispondevo io. “Che fanno le grandi e ti guardano manco fossi un bambino e poi corrono appresso a quelli lì dell’Itis”.
Luca scuoteva la testa. “Le femmine sono tutte zoccole, solo che non vogliono fare le zoccole con noi”.
Una volta gli domandai se lui e Viviana l’avevano già fatto e mi rispose: “Quella lì proprio non ne vuole sapere. Lo sai a chi dobbiamo puntare noi? A quelle di sedici anni”.

10.
“Come si fa a capire se una ragazza è innamorata di te?”
Mio nonno prese un grosso respiro e poi disse: “Non è facile, devi imparare a guardarla”. Eravamo in camera mia, seduti sul mio letto. “Devi capire se ti cerca, ma è difficile, perché lei farà il possibile per non farsi scoprire. È un po’ come giocare a nascondino”.
“Ma…” esitai qualche secondo. “È stupido”.
“Solo un po’” sorrise lui.
“Certo che le femmine sono strane”.
Questa volta rise. “Si… ma anche noi maschi lo siamo. Il problema è che siamo strani in modo diversi”. Si alzò, andò alla scrivania e prese il libro aperto poggiato lì sopra, lo osservò e mi domandò se volevo essere aiutato a ripetere storia.

11.
Per farsi più grande Luca mi chiamava ricchione e gli altri in classe ridevano. Sia i ragazzi che le ragazze scoppiavano a ridere; non importava se fino ad un minuto prima stavamo parlando insieme e ci comportavamo come amici perfetti, loro ridevano lo stesso. Io gli rispondevo, dicevo che non lo ero, che semmai era lui il ricchione, e poi finivamo a prenderci a spintoni, una volta pugni: lui forti e un po’ ovunque, io invece colpivo l’aria. Quando entrò in classe la professoressa ci divise, ci mise un rapporto e poi volle parlare con i nostri genitori.
I miei urlarono per mezzo pomeriggio, perché ero un bambino irresponsabile, che non si comportava bene, che doveva imparare a crescere. Avrei voluto rispondere che io non ero un bambino e che ero cresciuto da un pezzo, ma mi limitai a promettere che non l’avrei fatto più.

12.
Quando finivo di studiare, guardavo i cartoni in televisione, oppure giocavo a Street fighter 2 sull’Amiga. Il mio personaggio preferito era Ryu, il karateca cinese che lanciava bolle di energia dalle mani. Paolo, quando il pomeriggio veniva a casa, prendeva Vega, un lottatore spagnolo col volto mascherato e un artiglio formato da tre lame. Sceglieva sempre quel personaggio perché gli ricordava Wolverine e nessuno, secondo lui, era più forte di Wolverine.
La mia vita era quella: studio, videogiochi, fumetti, il sabato sera un’uscita con i compagni di classe e un’altra la domenica mattina, con la scusa di andare a messa. I giorni erano tutti uguali e si potevano benissimo confondere se solo una mattina nonno non si fosse alzato dal letto.
Vennero il medico e i parenti. Mia madre aveva gli occhi rossi e mio padre la seguiva, faceva tutto quello che lei diceva ma senza guardarla.
Quando chiesi a mio nonno come stava, lui rispose: “Tua madre la fa sempre più grave di quello che è. Mi sento solo un po’ stanco, massimo due giorni e mi passa”.
Feci cenno di si con la testa; in fondo non mi aveva mai mentito.

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13.
Prima della fine del primo quadrimestre, giocammo contro un’altra prima e vincemmo per quattro a zero. Decidemmo di festeggiare, così andammo in pizzeria. Mi vantavo, bevendo una birra intera e dicendo che nessuno era stato capace di segnarmi.
Oltre alla mia classe, c’era anche quella che era stata sconfitta e tra questi c’era Lucia, un’amica di Viviana, che sedeva proprio accanto a me. Mi guardava e poi, ogni tanto, diceva qualcosa nell’orecchio della ragazza che le sedeva vicino.
“Quella ti vuole” mi disse Luca.
“Ma quando mai!” risposi io.
Non sapevo quello che dovevo fare, cosa dovevo dire. Era come se fossi stato appena abbandonato in un pianeta sconosciuto ed ora mi toccava orientarmi e trovare un modo per riuscire a tornare sulla Terra.
“Quella lì non mi interessa, manco mi piace” dissi, scuotendo la testa più forte del dovuto.
Luca allora mi disse che ero ricchione per davvero.

14.
Mi accorsi che nonno si sbagliava, quando nel silenzio pomeridiano in cui era immerso l’appartamento in cui vivevo tutto ciò che si poteva sentire erano i suoi lamenti. Provavo a tapparmi le orecchie con le dita, ma li sentivo lo stesso. Guardavo Kenshiro, giocavo all’Amiga e alzavo il volume al massimo, nella speranza che quei suoni potessero coprire la sua voce. Ma poi mia madre entrava in camera e urlava: “Ma lo vuoi capire che tuo nonno non sta bene? Lo capisci o no?” Prendeva il telecomando e spegneva la televisione. “Mettiti a studiare, che in questi giorni non stai combinando niente”.
Così pensavo che era giunto il momento di scappare di casa, perché era vero che la mia città faceva schifo, che la mia scuola era una merda e che, forse, anche io ero merda. Avevo voglia di piangere e poi piangevo e mi sentivo stupido e pensavo che le ragazze della mia classe facevano bene a guardarmi come un bambino. In fondo ero solo un bambino e non sapevo cosa fare; mio nonno stava morendo ed io non sapevo cosa fare.

15.
Luca mi disse che Stefania si era messa con uno dell’istituto tecnico.
Restai in silenzio.
Poi urlai: “Non è vero”.
Sentivo come se qualcosa nella mia pancia si fosse rotto, lasciando scorrere un liquido caldo.
“Il fesso sei tu” rispose. “Non hai manco provato a conoscerla”.
Visto che non avevo ancora imparato a prendermela con me stesso, me la pressi con lui e nel bagno facemmo un’altra volta a botte. E, come sempre, fui io a prenderle.

16.
Lucia indossava un giubbino bianco, con un fiocco sulla spalla sinistra. Quando la vidi arrivare al chiostro pensai che era carina, forse anche più di Stefania. Con Luca, Paolo, Viviana e altri ragazzi facemmo una passeggiata sino a piazza Primavera. Immaginai di incontrare Stefania, di vederla passeggiare in direzione contraria alla nostra, di incrociarla, di sentire i suoi occhi che mi guardavano e guardavano Lucia che camminava al mio fianco. Stefania avrebbe capito tutto e avrebbe fatto una faccia triste, perché lei in realtà voleva conoscermi, solo che non può essere la femmina a fare il primo passo.
Osservai di nuovo Lucia e mi sentii bene. Era bello sapere che lei, tra tutti i ragazzi della scuola e tra tutti i ragazzi dell’Itis che venivano fuori scuola, avesse scelto proprio me. Ad un certo punto le presi la mano e Paolo subito cominciò a prendermi in giro. Smise solo quando Luca lo colpì con uno schiaffo dietro la nuca, facendogli cenno di stare zitto.
Tornammo al chiostro e lì giocammo ad obbligo o verità. Non appena fu il mio turno, scelsi obbligo. “Dai un bacio a Lucia” disse Viviana sorridendo.
Il cuore cominciò a battere forte, osservai tutti gli altri che mi guardavano; guardai Lucia, le fissai la bocca e poi, con le labbra serrate, la baciai. Fu un bacio così veloce che manco me ne accorsi. Però tutti ridevano e sia io che lei eravamo più rossi che mai.

17.
“Nonno ho dato il primo bacio… anche se me l’aspettavo diverso. È solo che c’erano tutti gli altri che mi facevano sentire peggio di uno scemo. Nonno è stato stranissimo… ho sentito questa specie di infarto, come se il cuore si stava spaccando e poi si è spaccato, ma dentro c’era una specie di altro cuore… però più bello”.
Ma mio nonno non rispose. Restò steso sul letto, con la bocca aperta, il respiro forte e grosso, e una flebo nel braccio. Piansi e poi scappai in camera mia e mi dissi che non lo volevo vedere più; così mio nonno non lo volevo vedere più.

18.
Con Lucia non ci stavo insieme, però mi sarebbe piaciuto. È solo che quando la incontravo fuori scuola non sapevo cosa dirle, le parlavo delle professoresse che odiavo, delle partite di calcetto, dell’Amiga, cercavo di farle capire chi erano gli X-man e perché Gambit fosse il migliore, ma queste cose non la interessavano. Faceva cenno di sì con la testa, ma era chiaro che non vedeva l’ora che la smettessi di parlare. Così restavo in silenzio, e in silenzio ci stava pure lei, così ci ritrovavamo muti l’uno di fronte all’altra, sino a quando uno dei due non vedeva qualcuno e s’inventava di dovergli dire qualcosa di importante.

19.
“Tu devi prendere una decisione” mi disse Viviana, quasi minacciandomi. “Ci stai o no con Lucia?”
Avrei voluto dirle che non lo sapevo e che non ero in grado di parlare con lei; avrei voluto dirle che non sapevo neanche se e quando la dovevo baciare. E avrei voluto chiederle cosa vuol dire che due persone stanno insieme. Ma preferii rispondere: “No. Quella lì manco mi interessa”.

20.
Quando arrivò carnevale, andai a scuola con una bomboletta di stelle filanti. Quando la mostrai a Luca, mi guardò manco avesse visto un alieno. “Tu non solo sei ricchione, ma pure fesso. Fesso assai”. E cacciò fuori una di quelle bombolette a schiuma. “Queste devi comprare, mica quelle pazzielle”.
In realtà, avrei voluto comprare la bomboletta con la schiuma, ma mia madre non voleva, diceva che quelle erano per i delinquenti.
Mentre entravamo in classe, mi disse: “Preparati, domenica dobbiamo combinare un macello!”

21.
Quando andavo ancora alle elementari, la domenica mattina nonno mi portava in giro con lui. Andavamo dal giornalaio, comprava il quotidiano e un fumetto per me, poi andavamo a piazza Primavera, dove incontrava alcuni suoi amici. Io restavo vicino a lui, mentre parlava dei democristiani, dei socialisti e di Craxi. Lo ascoltavo arrabbiarsi e qualche volta diceva anche le parolacce. Non appena si accorgeva di averne detta una, interrompeva il discorso, si rivolgeva a me e diceva: “Io queste parole le posso dire ma tu no. Mi raccomando, non ripeterle a casa che altrimenti mamma tua mi fa passare un guaio”. Poi, riprendeva a parlare con gli amici. Io sbuffavo, non vedevo l’ora di tornare a casa, non sopportavo proprio di stare lì.
Ma la domenica, passando accanto la camera di mio nonnno, tenendo lo sguardo fisso per non vederlo, pensavo che avrei dato qualsiasi cosa per annoiarmi di nuovo con lui.

22.
Io e Luca eravamo entrambi armati di bomboletta a schiuma. Ci appostammo fuori la chiesa, perché quasi tutte le ragazze andavano lì la domenica. Quando le vedemmo uscire scegliemmo il nostro bersaglio: Simona. La avvicinammo con la scusa di chiederle l’assegno per il giorno seguente, poi cacciammo le bombolette, le spruzzammo i capelli e scappammo via.
“Che faccia!” disse Luca, quando ci fermammo. “Ma ti rendi conto, quella pensava veramente che volevamo sapere i compiti”. Poi divenne serio di colpo. “Guarda lì!” esclamò, indicando alle mie spalle.
Mi voltai e vidi Stefania che camminava mano nella mano con un ragazzo alto, con gli occhiali, i pantaloni larghi che strusciavano a terra. Deglutii e mi resi conto che era vero, che Luca aveva detto la verità.
“Lo facciamo nero… cioè bianco?”
Rimasi qualche secondo ad osservarli. “Sì” risposi, con un filo di voce.
A passo svelto e con le bombolette nascoste dietro la schiena ci avvicinammo e, arrivati ad un passo da lui, cominciammo a spruzzare prima in faccia e poi per tutto il corpo. Il ragazzo urlò, ci minacciò e provò ad inseguirci, ma non riuscì a prenderci. Io e Luca correvamo più forte di lui, nessuno ci avrebbe potuto prendere; né lui, né nessun altro.

23.
“Devi capire che gli altri posti mica sono come qui” diceva Paolo. “Sono diversi. Ci sono più negozi, più pub, più pizzerie”. Lo ascoltavo, ma senza interesse.
“Ricchiò, la vuoi smettere?” disse Luca, avvicinandosi e dando uno schiaffo dietro la nuca a Paolo.
“Guarda che non scherzo” rispose lui. “Ieri sono andato a Napoli… Luca è bellissimo mica come qua”.
“Eh” esclamò Luca con sufficienza. “Lo so. Mio cugino abita a Napoli”. Poi sbuffò. “Ricchiò, tu ancora devi capire che tutte le città sono diverse dalla nostra. Questo posto fa schifo, è il buco di culo del mondo”.
Mi venne da ridere. Luca se ne accorse e lo ripeté a voce alta: “Noi viviamo in culo al mondo!” Poi di nuovo, a voce ancora più alta: “Questo posto è il culo del mondo”. Gli altri in classe lo guardavano, la maggior parte ridevano, qualche ragazza faceva la faccia imbarazzata, come se provasse vergogna al posto suo.
Quando la professoressa entrò e lo vide in piedi su una sedia che continuava ad urlare, minacciò di scrivergli un rapporto sul registro. Luca allora osservò tutti noi e poi guardò la professoressa, come se dai sui occhi potessero uscire dei raggi laser in grado di disintegrarla. “Professoressa pure lei vive in culo al mondo insieme a noi!”

24.
Quando ci fu l’incontro scuola-famiglia, la professoressa di italiano disse a mia madre che ero un bravo ragazzo, uno di quelli che studiava, ma che non mi impegnavo come dovevo. “Forse la cosa dipende dalle compagnie che frequenta”. Secondo la professoressa di italiano non dovevo frequentare Luca, lui era il peggiore della classe e veniva da una famiglia che certo non era delle migliori, mentre la mia era una di quelle buone. “Credo che risenta molto l’influenza negativa di questa compagnia. E ogni tanto mi capita di vederlo distante, come se stesse pensando ad altro… ma questo credo che dipenda dalla situazione che vive a casa”.
Mia madre mi sgridò, mi disse che non sarei uscito, che per un intera settimana non avrei giocato all’Amiga e che potevo anche dimenticarli quei dischetti che papà aveva promesso di comprarmi. “E poi” aggiunse. “Ho l’impressione che te ne stai approfittando un po’ troppo di quello che sta succedendo… devo controllare bene chi frequenti, non mi piace proprio la piega che stai prendendo”.
Trascorsi il sabato sera steso sul letto, a leggere i vecchi numeri degli X-man, guardando in televisione la Corrida di Corrado e odiando i miei genitori, che non capivano niente, che giudicavano le persone senza conoscerle e che pretendevano di sapere cos’era meglio per me senza conoscermi affatto.
Quel sabato immaginai che ero stato adottato e pensai che tra genitori e figli c’è un intero oceano a dividerli.

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25.
Volevo vedere mio nonno, raccontagli tutto, lui avrebbe detto qualcosa, magari avrebbe parlato con mia madre. Così mi avvicinai alla sua stanza, ma avevo paura di aprire la porta, di vederlo ancora steso, con la flebo nel braccio e quel respiro rumoroso. Avrei voluto dirgli che non lo sapevo più se la mia vita mi piaceva o meno, che la vita è ingiusta quando ti piace una ragazza e quella sta con uno che non sei tu, che la vita è ingiusta anche quando sei troppo timido per dire di sì; avrei voluto dirgli che avevo l’impressione di vivere in culo al mondo, in una città dove non esiste niente se non una piazza, un bar triste e una strada che si riempie di ragazzi quando ormai per me è troppo tardi per stare in giro; una città dove non c’è neanche il McDonnald’s.
Se avessi avuto la certezza che aprendo quella porta l’avrei trovato sveglio, con quella solita espressione tra il pensieroso e il sorridente stampata sul viso, gli avrei chiesto perché ero triste. Perché io mi sentivo triste e non serviva a niente guardare i Turtles, leggere i fumetti o giocare coi videogiochi, non mi passava. Gli avrei domandato perché ero triste e nessuno se ne fregava.
Ma alla fine tornai nella mia stanza, spensi la luce e restai in piedi, fermo, nella speranza che qualcosa o qualcuno mi dicesse cosa fare.

26.
Una volta nonno mi raccontò che prima la nostra città non era una città, ma un paese. Poi però Giovanni Leone, che era di qui, divenne presidente e decise che da quel momento sarebbe diventata una città. Lo dissi a Paolo e a Luca e poi aggiunsi: “Secondo me è una stronzata, non ci si può svegliare la mattina e decidere che una cosa non è più quella cosa ma un’altra”.
“Vero” rispose Luca.
“La gente fa così” esclamò Paolo. “Crede che se cambi il nome alle cose poi gli altri credono che sono completamente diverse… ma invece restano tali e quali”.
Quel giorno stavo per esplodere, avrei voluto fare qualcosa di grande, di bello, di incredibile, qualcosa che non potevo fare, qualcosa di importante, qualcosa che mi avrebbe cambiato la vita e lo dissi anche agli altri.
“Andiamo al Mc Donnald’s” disse Luca.

27.
“Vuoi?” Luca mi passò la sigaretta.
“No” risposi. Eravamo in bagno. Bevevo dal rubinetto e guardavo fuori, verso quella specie di cortile in cui ci portavano nelle ore di educazione fisica per giocare a calcetto.
“A che pensi?” mi domandò Luca, soffiandomi il fumo in faccia.
Alzai le spalle. “A niente”.
“Dai… non fare il ricchione”.
Pensavo che sino a qualche tempo prima le cose erano diverse. “Non lo so, è che l’anno scorso era tutto più facile, mi bastavano cose stupide per essere felice, tipo fare quattro passi coi miei, andare a cena fuori con loro, mentre adesso è tutto più complicato”.
Luca dette una boccata alla sigaretta. “È che prima alla pucchiacca mica ci pensavi”.
Scossi la testa. “Per niente”. Ed ebbi una strana sensazione, come se di colpo quei giorni delle elementari in cui dicevo che le femmine facevano schifo li avessi dimenticati ed in quel momento fossero tornati, condensandosi tutti in un unico secondo.

28.
Pasqua la trascorsi a mangiare le uova di cioccolato insieme agli zii, che parlavano di una breve vacanza in montagna, tenendo lontano il pensiero di nonno, come se non esistesse. Non avevo mai odiato così tanto la mia famiglia e, tra un bicchiere di vino mandato giù di nascosto, e mia zia e mio padre che proponevano un fine settimana a Roccaraso, avrei voluto urlare tutto; anche se non sapevo bene cosa fosse quel tutto.
Provavo a stare con i miei cugini più grandi, ma loro non mi volevano, mi scansavano e parlavano a voce bassa per non essere ascoltati ed io odiavo anche loro, perché avrei venduto l’anima per parlare delle loro cose, per sentire quello che si dicevano mentre mi mandavano via.
Quando quel giorno finì, promisi che non sarei mai diventato come uno della mia famiglia.

29.
Qualche pomeriggio capitava che andavo da Paolo. Insieme giocavamo con il Nintendo e poi guardavamo i programmi sulle televisioni regionali, dove c’erano i cantati neomelodici che ricevevano le telefonate dai fan. Li guardavamo e ridevamo, a volte senza neppure capire quello che la gente da casa diceva, perché parlava in un dialetto troppo stretto per noi. Il nostro programma preferito era quello che conduceva Valentina, una cantante bionda, che in realtà era un uomo che si era operato per diventare donna. Un pomeriggio con noi c’era anche Luca e decise di chiamare. Prendemmo il telefono e quando Valentina rispose, lui cantò: “Tu nun sì femmina, te chiamm’ Ciro!” La linea fu staccata di colpo e noi scoppiammo a ridere, mentre lei dalla televisione se la prendeva proprio con noi.

30.
La professoressa ci disse che avremmo fatto una visita guidata alla chiesa di San Severo di Napoli, per vedere il Cristo Velato. A quelle parole io e Luca ci lanciammo uno sguardo e, nel cambio dell’ora, ci dicemmo che era l’occasione giusta per scappare via.
“Vengo anche io con voi” si intromise Paolo. Ma non lo volevamo. Paolo un soggettone, ma alla fine fummo costretti a promettergli di farlo venire, altrimenti avrebbe raccontato tutto alla professoressa.
Poi il mondo si fermò e non so bene quello che accadde. Fu un attimo, o un’eternità, o forse entrambe le cose insieme, confuse. Mi svegliai e sentii che mancava qualcosa, come se interi universi fossero stati divorati e la loro assenza poteva essere sentita anche a migliaia di anni luce di distanza. Mi alzai dal letto e per un attimo il respiro mi mancò. Pensai ai compiti e alle interrogazioni, ma lì era tutto a posto. Pensai a Stefania ma non era lei. Stefania era un vuoto che sentivo all’altezza dello stomaco, mentre quest’altro vuoto era fuori di me e sembrava voler divorare tutto. Uscii  dalla mia cameretta e andai in cucina: mia madre piangeva e mio padre parlava a telefono. Stavo per chiedere cosa stava succedendo, ma non dissi niente. Le mie lacrime furono le prime ad avere una risposta, cominciarono a scivolare giù senza che me ne rendessi conto. Il vuoto che sentivo attorno a me bruciava e quando compresi il perché, mia madre mi stava abbracciando forte ed io non ci volevo credere.

31.
In chiesa pensai di nuovo che non poteva essere vero, perché  io non avevo ancora salutato mio nonno, perché lui non mi aveva detto ancora un sacco di cose. Mi immaginai grande e immaginai lui ancora più vecchio e insieme camminavamo a piazza Primavera. Nonno incontrava i suoi amici, ma non si fermava con loro per parlare di politica, li salutava con un cenno e poi proseguiva dritto. Arrivavamo insieme sino a piazza Municipio e poi camminavamo ancora sino alla torre dell’orologio e poi ancora, per chilometri e chilometri, fino a quando il mondo non finiva e non c’era niente se non noi che camminavamo.
Mi domandai perché il mondo non fosse finito insieme a lui. E per un attimo fui sicuro che la Terra dovesse esplodere da un momento all’altro.

32.
“Hai saputo” mi disse Luca. “Stefania si è lasciata con quello lì con cui stava?”
“E allora?” fu la mia unica risposta. Avevo la testa china sul diario ed ero impegnato a scrivere chissà che.
Luca sorrise. “Bravo, così ti voglio, tutto d’un pezzo!”
Alzai le spalle.

33.
Il giorno della gita era tutto pronto. Nel pulman io Luca e Paolo sedevamo nei posti dietro, vicini. Luca baciava Viviana e le teneva la mano. Lei non sapeva della nostra fuga. Non lo sapeva perché non avrebbe mai potuto capire e perché non sarebbe mai potuta venire con noi.
Quando fu il momento di entrare nella chiesa di san Severo stemmo vicini alla professoressa e poi, quando lei cominciò a parlare, ci allontanammo fino ad uscire fuori, per poi correre veloci sino ad una piazza lì vicino, per superarla entrando in un vicolo che portava in un’altra piazza ancora, con al centro un obelisco.
Mi guardai attorno, c’erano dei turisti che camminavano e poi dei ragazzi più grandi e tutti sembravano essere così diversi da noi. Sorrisi.
“L’abbiamo veramente fatto” disse Paolo incredulo.
Luca fece un salto e poi un urlo che sembrava quasi un ululato.

34.
Camminammo senza meta per un bel po’, attraversammo quelle strade che non conoscevamo, cercando di decidere cosa avremmo fatto della nostra vita. “Possiamo fare i giocolieri” proposi. Ce n’erano un paio proprio di fronte a noi, che chiedevamo monetine e facevano volteggiare in aria delle asticelle.
“No” rispondeva Luca. “Ci troviamo una fatica come si deve”.
“Ma vogliamo andare a questo McDonnald’s?” disse ad un tratto Paolo.
“Bravo” rispose Luca. “Da quando ti conosco è la prima cosa intelligente che dici”.
Le indicazioni le chiedemmo alla gente per strada, non fu difficile. Arrivati lì, prendemmo ognuno di noi un panino diverso e poi le patatine e la coca cola. Poi facemmo il bis, prendendo ancora panini diversi. Quando stavamo per uscire entrò la professoressa assieme ai nostri genitori.
Il padre di Luca gli corse incontro per poi colpirlo con uno schiaffo che sembrò fare eco per tutto il locale. Quando mi si avvicinò mia madre, pensai che quella stessa sorte sarebbe toccata anche a me, ma lei mi abbraccio e mi disse: “Che volevi fare?”
“Niente” risposi. “Volevo solo scappare di casa”.
Lei mi strinse ancora più forte e a me venne da pensare che in fondo i miei genitori non erano così male.

35.
Una volta a casa i miei genitori decisero che devono essere punito. “Niente uscite il sabato sera per due mesi!”
“Ma tra due mesi la scuola finisce” piagnucolai, ma non ci fu niente da fare. Quella era una decisione irrevocabile. Mi chiusi nella mia cameretta e pensai di dire tutto a nonno, perché lui mi avrebbe capito. Ma mi detti subito dello stupido. Presi dalla cartella il mio diario e lo sfogliai: c’erano alcune cose scritte dalla femmine, dei disegni, l’assegno e alcune parole che avevo scritto giorni prima: “Viviamo in culo al mondo, con la professoressa che parla, con i genitori che se ne fregano, con le ragazze che non ci guardano, con una sega che fa sempre piacere, con una sigaretta fumata di nascosto nel bagno della scuola, con una peroni bevuta lontano, con un campetto di calcio miniuscolo. Ma se dobbiamo vivere in culo al mondo allora ci dobbiamo vivere come si deve, fino in fondo, fino a fargli male; come Superman che sembra un soggettone ma poi vola lontano, che finge di restare sulla Terra ma in realtà va oltre i confini dello spazio”.
Restai qualche secondo immobile poi strappai il foglio e lo feci in tanti pezzi minuscoli. I miei genitori avrebbero potuto leggerlo e mettermi in punizione sino alla fine dell’anno. Ed io ormai non ero più un bambino da un pezzo.

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