E’ una di quelle giornate che sembra avere dei problemi di bufering, mi muovo come un pupazzo a molla quasi completamente scarico mentre mi dirigo al bar.
Lo so che molti penseranno che sono uno snob viziato, ma io la mattina ho bisogno di fare colazione al bar: il caffè bello ristretto, il cornetto al cioccolato, gli sconosciuti che come me mangiano e si rifocillano di caffeina (e, se è possibile, non hanno per niente voglia di comunicare, men che meno con me); non so come mai ma tutto questo mi aiuta a svegliarmi. E guardate che per me è difficile, sono uno di quelli che ha il risveglio lento, uno di quelli che se si sente rivolgere la parola prima delle dieci fa un esposto all’AIA come lesione dei diritti civili. Il barista ormai è abituato alla mia presenza, mi serve ciò che voglio senza neppure chiedere.

Faccio il calcolo mentale delle cose che devo fare: incontrare due clienti, scrivere in un’ora quanti più articoli mi riescono, fare la spesa, passare in farmacia.

Esco dal bar e mi accoglie un’aria fredda che tra qualche ora si riscalderà sino a far illudere che non siamo ancora in autunno. Lascio scivolare gli occhiali lungo la fronte, di modo da proteggermi gli occhi da questo sole che non è fortissimo, ma sono sveglio da venti minuti e ogni raggio di luce sembra avere sulle mie retine lo stesso effetto che ha su un vampiro. Controllo l’ora e decido di passare in farmacia.

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Le strade della mia provincia sono percorse perlopiù da donne, pochi uomini quasi tutti che si muovono a passo svelto, a volte col cellulare sull’orecchio: sembrano sapere esattamente cosa fare, dove andare, come se avessero un perfetto schema da seguire e rispettare. Le donne no: hanno spesso un aspetto stanco e sembrano muoversi come seguendo un senso istintivo che le rende consapevoli di ogni minima azione senza che debbano portarci l’attenzione (forse hanno un programma che dice esattamente cosa devono fare, di modo che non debbano mai portarci l’attenzione).
A pochi metri dalla farmacia incontro F..

F.: pettuta frequentazione dei miei diciotto anni, un seno florido, grande, imponente e reale attorno al quale prendeva forma una ragazza minuta, dagli occhi verdi, con un particolare talento nel fare litigate stupide, fortunatamente compensato da una sapiente abilità nel sesso orale: lento, profondo, salivato, insomma, una di quelle che a diciott’anni guardi con un mistico senso di commozione: “Oddio ma le piace proprio, come nei film porno!”
È impegnata a infilare un passeggino in auto, mentre un uomo tiene per mano un bambino in lacrime e lo sgrida. Onestamente, farei finta di non vederla se i nostri occhi non si incrociassero indugiando in modo così evidente. “Ciao” mi dice, lasciando stare il passeggino.
“Ciao” la saluto io. La grandezza del seno è stata raggiunta dalla pancia, che potrebbe contenere al suo interno un bambino o un un eccessivo accumulo di lipidi (in questo caso meglio non fare nessun accenno, così, per rimanere sul sicuro ed evitare ogni possibilità di figura di merda). “Come va?”
“Bene, bene e tu?” I capelli arruffati, tinti abbastanza tempo fa da far notare la ricrescita bianca, le rughe innaturali per una ragazza che oggi dovrebbe avere ventisei anni, i vestiti sciatti: è una composizione estetica di decadenza, aliena la sua individualità per diventare stereotipo, l’icona più ovvia per rappresentare quel deperimento che a noi gente insensibile fa esclamare cose tipo: “Maronna mia, che fosso che mi sono scansato!”

F. mi scaricò dicendo che non ero alla sua altezza, che lei poteva avere ragazzi più belli e più simpatici.

Mi presenta il marito: stempiato, con la pancia, un volto segnato da rughe di stanchezza, probabilmente le stesse con cui è andato a letto la sera prima. Gli stringo la mano: molle, quasi senza vita, appiccicosa come se avesse la colla di pesce al posto del sudore.

dddF. mi scaricò dicendo che valevo molto meno di lei, che lei poteva avere chiunque e una che può avere chiunque mica si mette con uno come me, sarebbe da pazze. Io, a quell’affermazione, mi limita a mandarla a tirare quattro bucchini (cosa che – ne sono certo – ha sicuramente eseguito con particolare perizia).

Scambio qualche parola col marito, senza riuscire a controllare i muscoli del viso che mi fanno contrarre le labbra sino a comporre un sorrisetto stronzo e soddisfatto che proprio non riesco a togliermi dalla faccia.
“Ti vedo bene” dico ad un tratto ad F.  (sono finto come una banconota da dodici euro e cinquanta).

Quante sono le frasi stupide che possiamo dire a gente che abbiamo cancellato dalla nostra vita?
Ci penso dopo, quando F. è ormai alle mie spalle che prova di nuovo a far entrare il passeggino nell’auto: parliamo sempre delle persone del nostro passato, quelle che ci hanno segnato, quelle che abbiamo amato, che abbiamo amato sino ad odiare, quelle che ci hanno fatto del male, quelle che ci hanno fatto crescere, quelle che ci hanno fatto passare alle droghe pesanti, quelle che ci hanno fatto marcire il fegato, quelle per cui abbiamo scritto poesie e canzoni, quelle che ci hanno fatto rimpiangere di non saper suonare, quelle che volevamo prendere a pugni, quelle che volevamo baciare sino a farci seccare labbra e lingua, quelle che avremmo voluto baciare sino a prosciugarne completamente i genitali. Eppure ci sono delle persone che sono esattamente nulla. F. è una di queste. Non mi ha lasciato neppure un segnetto, se non il ricordo dei suoi seni stretti attorno al mio cazzo. E, malgrado si tratti di un ricordo tutt’altro che spiacevole, cerco di capire come diavolo sia possibile che di lei mi resta solo questo: una volta che abbiamo riso insieme? una volta che siamo rimasti ad ascoltare una canzone degli Smiths in silenzio? una volta che abbiamo parlato di un film? Probabilmente non è accaduto un bel niente di questo e se è accaduto era così privo di valore emotivo che non lo ricordo.

Tutto ciò che l’incontro con F. mi lascia è questo sorriso soddisfatto, perché non importa quello che hai provato per una donna, se l’hai amata o è stata un semplice parco giochi per i tuoi orgasmi, se però ti ha lasciato lei speri solo in una cosa quando la rincontri: che stia peggio di te. Non deve per forza stare male, avere una vita di merda o qualcosa di grave, basta che se qualcuno vi mettesse a confronto decreterebbe che, tra i due, quello messo meglio sei te. Mi specchio di fronte ad una vetrina, sono decisamente meglio di come ero a diciotto anni: ho un buon lavoro, un bell’aspetto, mi considero abbastanza simpatico, faccio perlopiù cose che mi piacciono, ho un discreto successo col gentil sesso e un buon numero di amici con cui fare serate di bagordi quando l’età si fa sentire in modo troppo prepotente. Certo, potrei essere più alto ma ho le spalle larghe, certo potrei essere più in forma ma negli ultimi anni sono dimagrito di trenta chili, ho le occhiaie e la barba lunga perché mi rompo di rasarla… malgrado questo, però, lei sta messa veramente male. Indosso un jeans, una maglietta con l’immagine del batman interpretato da Adam West e una camicia a quadroni. Posso dirlo? Mi sento moderatamente figo.
E la cosa, in modo così stupido immaturo e vuoto, mi fa sentire decisamente meglio. Cammino a mezzo metro da terra sollevato dalla mia vanità e mi sorprendo anche di essermi completamente svegliato. Entro in farmacia e dietro il bancone trovo la farmacista bionda, quella carina. La pelle è ancora tinta del colore dell’abbronzatura che sta cercando di fare il possibile per non abbandonare il corpo e, sotto il camice bianco, indossa un vestitino giallo che le arriva alle ginocchia.

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Sia ben charo, non sono il tipo che ci prova in questi casi, ma trovo gradevole rivolgermi a lei, osservarla sorridere, notare il modo in cui i capelli sono portarti dietro, in una coda di cavallo che mette in mostra un viso raggiante, dai lineamenti morbidi. Se fossimo in un film io della farmacista bionda sarei già completamente innamorato. E, invece, tuttalpiù mi piace chiederle di prendermi il Moment act e il colluttorio, facendo una battuta sul tempo, sui vecchi che rompono i coglioni… sapete quel minimo di flirting che non vale nulla ma fa sempre piacere. Quando si volta per prendermi ciò che lo ho chiesto, mi sporgo in avanti per guardarle meglio le gambe: non sono magrissime e sono delineate di modo che si possano distinguere i muscoli. Quando torna sono ancora lì ad osservarle, chiedendomi se un qualche sport o è più tipo da andare in palestra a fare sala. Sto quasi per chiederglielo, quando le scopre il mio sguardo insistente. In quel momento il sorriso che aveva si spegne, mi osserva, punta ogni centimetro del mio corpo e poi mi chiede: “Posso farti una domanda?”
“Certo” rispondo.
“Ma mi spieghi come si fa a trent’anni a mettere ancora la maglia di batman?”
“Ma è quello degli anni settanta” che è un po’ il mio modo nerd per dire che non è un semplice Batman.
Lei allora solleva lo sguardo al cielo, alza le sopracciglia e batte il conto sulla cassa.

Quando esco dalla farmacia, il Karma è poggiato proprio accanto la porta scorrevole, sopra il distributore dei preservativi. Ha le fattezza del giudice Santi Licheli e mi dice: “Hai voluto fare lo stronzo e ben ti sta!”ddd

Io non dico niente, fingo indifferenza ma lui mi segue: “Io ti faccio incontrare una vecchia fiamma e tu l’unica cosa che sai fare è essere contento perchè è diventata un cesso e ha sposato uno sfigato”.
“Veramente io non la metterei giù in questo modo, è offensivo”
“Bè” si passa la mano tra i radi capelli, manco fossero una lunga chioma indomabile. “E’ la vita ad essere  offensiva. Ma lo sai che il marito ha il cazzo con la curvatura verso il basso?”
“Uà… veramente? Non so e mi fa schifo o vorrei vedere una cosa del genere. E a lei piace?”
“E che cazzo ne so io!” esclama quasi urlando. Poi, con fare più calmo: “Scusa, è che ho smesso di fumare”.
“Aspetta un attimo però” torno indietro di qualche frase. “Mi vuoi far capire che se non avessi pensato a tutte quelle cose su F., la farmacista non mi avrebbe trattato come l’uomo più patetico del mondo?”
Il Karma sorride: “Più o meno… a trent’anni vai ancora in giro con Batman sulla panza, che ti aspetti, che le tipe ti guardino e pensino Oddio, volevo farmi suora ma ora che lo vedo ho riscoperto i miei ormoni?”
“In effetti…”
“Dove stai andando?”
“In salumeria”.
“Vengo con te, che non ho un cazzo da fare stamattina”. Poi prende dalla tasca una gomma, se la porta alla bocca e comincia a masticarla freneticamente. “Non te ne offro una perchè sono gomme alla nicotina. Ma, se proprio devo essere sincero, mi fa solo venire voglia di fumare di più”.
“E comunque la mia maglia è bellissima”
“Ma sì che è bella… mò non ti deprimere”