In provincia tutto arriva in ritardo.
Dalle mie parti gli anni ’90 sono cominciati verso il 1994 e le ragazze hanno portato il lutto per la morte di Kurt Cobain con la relativa differita. Non so altrove, ma le mie compagne di classe, se ne resero conto solo durante l’ultimo anno delle medie e, di conseguenza, me resi conto anche io.

Aldo Nove ha scritto che negli anni ’80 è stato sempre inverno e Tommaso Labranca ha aggiunto: “Anche se non era inverno, chi amava l’inverno poteva riuscirlo a scorgere ovunque“.
Per me l’inverno sono stati gli anni ’90.
Ma se l’inverno di un varesino e di un milanese è caratterizzato dal bianco della neve, l’inverno di uno che vive nella provincia napoletana altro non è che una notte sporca che arriva prima del dovuto. L’inverno di un ragazzo vissuto a Napoli è fatto di pioggia che scroscia sino ad aprire le strade, facendo intasare le arterie della città di un traffico di auto strombazzanti, che fremono nei movimenti sincopati dei tergicristalli.

ddd

Gli anni ’90 sono stati un inverno anche emotivo, ma a questi non è succeduta la primavera, ma un autunno confuso e mite come tutte quelle stagioni che sembrano promettere tanto e alla fine sono solo un susseguirsi di giorni gli uni uguali agli altri.
Durante quell’inverno eravamo convinti che le nuvole si sarebbero diradate, mostrando un cielo che ci avrebbe allettato con mille promesse diverse.

Invece il 2000 è cominciato col 11 settembre, con l’immagine del primo aereo che esplodeva nella prima torre, e del secondo che andava a schiantarsi contro l’altra.
Il 2000 è cominciato con il loop delle immagini a rallentatore dell’attentato terroristico contro l’America, che si è impresso così a fondo della nostra memoria che, quando lo riportiamo alla mente, non possiamo fare a meno di vedere i due boing andare contro le torri gemelle ad una velocità tale da farci credere che da un momento all’altro questi imponenti edifici di cemento e acciaio possano sradicarsi dalle loro fondamenta ed evitare l’attacco.
Dopo l’esplosione però i due grattacieli tornano illesi e compare di nuovo il primo aereo. Come nella teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche, ogni cosa viene rivissuta in maniera identica, senza la possibilità di una sola variazione, senza la stupida illusione di riuscire a cambiare le cose.

Sono stati anni strani, difficile da definire.
Non che un bambino e un ragazzino come me avesse tutti gli strumenti per capirli, ma di certo non aveva nulla a cui aggrapparsi.
Negli anni ’80 c’era Goldrake pronto a distruggere il male, Ken Shiro che coi suoi punti di pressione riusciva a far esplodere le emorroidi ai suoi nemici, c’era Mazinga Z con il missilone che gli usciva dalla patta e Venus con le tette esplosive. Noi chi diavolo abbiamo avuto? Dodò e l’albero azzurro, Tonio Cartonio e la melevisione. Capitan Planet, il super eroe ecologico… trovato impiccato qualche mese fa sotto l’inceneritore di Acerra.

ddd

Non era solo la mia provincia ad essere indietro, ma l’intera Italia.
All’estero Jeff Buckley moriva e da noi Luca Sardella incideva il suo disco.
In Italia Berlusconi fondava Forza Italia e a Seattle Kurt Cobain si suicidava.

Davvero, erano anni strani, anni in cui tra i nostri eroi c’era un certo idraulico italiano che, per qualche assurda ragione viveva in giappone; era grasso, basso, con un paio di baffi che lo facevano somigliare alla caricatura di sé stesso, e indossava una salopette degna di un village people.
Per lui scrissi addirittura una poesia, intitolata Elegia per Super Mario:

Idraulico baffuto e tossicodipendente
la tua passione per certi funghi ti portò a credere
in un mondo inesistente, magico e stregato
popolato da creature mutanti, un ibrido trip
di pixel e psicotropine.
Continue erano le tue avventure e pesanti
le costanti ricadute,
quando un tubo ti risucchiava
lungo una cascata di monete d’oro.
Tu, panciuto e moro Don Chisciotte, innamorato
di una bionda principessa
sempre imprigionata nelle segrete di un castello
ogni volta diverso.
Tu, che per lei ingurgitavi quella stella multicolore,
concetrato di chetamina e anfetamine,
che più di una volta ti causò quella fitta di dolore
a cui mai ti abituasti.
La realtà, mio caro Mario, non ti ha mai interessato,
qualsiasi uomo era troppo banale per te
che cavalcavi un dinosauro
e avevi scoperto il segreto che fa l’uomo volare.
Moristi in una stanza di ospedale,
in sottofondo solo un bip al ritmo col tuo cuore,
al tuo fianco Luigi, fratello e collega
nell’impresa di famiglia. Ti diceva
che il mondo era al sicuro:
nessun gorilla stava tramando, armato di un barile
in moto perpetuo e rotolante.
Il medico segnò l’ora del decesso,
constatò l’amarezza del destino umano
e ti infilò un gettone nella bocca semi aperta;
forse per Caronte, forse per quell’illusione maledetta
che ci fa credere che basti un dischetto di metallo
per tornare in vita e ricominciare tutto daccapo.

 

Advertisements