Come dovrebbe essere un vero uomo e una vera donna

Esiste una categoria di esseri umani che potremmo definire tranquillamente “poveri e tristi coglioni” (la definizione è puramente tecnica) che sprecano interi segmenti della loro vita a dare aria alla bocca con sproloqui che iniziano: “Un vero uomo uomo dovrebbe essere…” e ovviamente “Una vera donna dovrebbe essere…”

‘sti poveri disgraziati quando si incontrano per strada finiscono costantemente a mani in faccia, perchè ognuno di loro ha una visione di come dovrebbe essere e comportarsi un membro dell’altro sesso o del proprio.

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Ciò che davvero a me affascina è che quando descrivono il proprio di sesso, le caratteristiche che elencano sono le proprie, proponendosi come dei novelli Adamo ed Eva.

Quando, invece, parlano del sesso opposto ecco che lo descrivono con tutte le caratteristiche che dovrebbe avere il proprio partner ideale, quel tipo di partner che minimizza le insicurezze, che esaudisce i bisogni, alletta il desiderio. In pratica, come spesso accade, provano a regolamentare la realtà in base a sé stessi (il che non ci dovrebbe sorprendere perchè è perfettamente coerente con la legislazione italiana).

Così ecco che li vedi andare in giro e puntando il dito verso questo o verso quello ecco che dicono: “Sì, tu sei un vero uomo, tu no, tu così e così, tu potresti diventarlo se fai quello che dico io”.

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La cosa davvero divertente è che poi ‘ste cose le scrivono su facebook, generando delle liti e controliti perchè – e questa cosa non sorprenderà nessuno – tutto ciò che dicono (per quanto affermino il contrario) ha delle basi meno solide delle basi di grammatica di un leghista random, e si basa sulla pura soggettività.
E così eccoli che si insultano (raramente argomentando) per vincere queste conversazioni il cui premo altro non è che decretare com’è un vero uomo e una vera donna.

Ma siccome sono buono, cercherò di porre la fine ad una diatriba che dura da anni (la cui profondità intellettuale è pari alla pozzanghera in cui ci si pulisce la scarpa dopo aver pestato una merda): ogni uomo e ogni donna sono un vero uomo e una vera donna.
E se proprio questa cosa non sta bene, sarebbe interessante avere quel minimo di onestà per affermare: “Sì, lo so che ho detto ‘na cazzata da liceale neanche troppo sveglio, ma mi correggo: per me, che la vedo così, un vero uomo e una vera donna dovrebbero essere così e così”.
Magari sembreranno meno nazisti e, di conseguenza, meno pateticamente insicuri.

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Cosa si nasconde dietro la ricerca che dimostra che gli uomini grassi durano di più a letto

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Ultimamente stanno uscendo un sacco di ricerche interessanti: c’è quella che dice che se la femmina ha il culo grosso è intelligente, quella che se ti ubriachi sei tipo un genio, che se da bambino non hai imparato a parlare è perchè in realtà hai appreso il vero segreto della vita e non ti passa manco per il cazzo raccontarlo anche agli altri, e altre sempre su questo genere.

Proprio oggi leggo della ricerca che dimostra che gli uomini sovrappeso durano più a letto.
Quando ho letto il nome del ricercatore non mi sono affatto sorpreso, ricordo ancora come se fosse ieri quando ne discutemmo.

Eravamo al MIT di Madonna dell’Arco a discutere sulla possibilità di tornare a riconsiderare le teorie lombrosiane per lo studio dei leghisti, quando lui mi disse: “No, adesso dobbiamo lasciare stare”.
“Perchè dici così?” domandai.
Era visibilmente turbato e la luce nella stanza gli illuminava il volto in modo irregolare… avete presenti quelle inquadrature tutte strane che fanno certi registi? Ecco, una cosa del genere!
“Ho un problema”
“Quale, oh mio buon amico? Non indugiare, confidati con me”. Forse non furono le mie parole precise ma il concetto era chiaro: forza, muoviti a parlare e non farla lunga.
“Mia moglie…”
“Sta male?”
“No, per fortuna”
“Ha deciso di far venire a vivere a casa tua la madre?”
“Tiè!” esclamò, pasteggiandosi ampiamente lo scroto con la mano destra e facendo le corna con la sinistra.
“E allora che succede?”
“Ha detto che mi devo mettere a dieta?”
“Ma veramente?” in effeti era un uomo sovrappeso, di quelli che nel loro incedere leggermente dondolante riescono ad ottenere lo stesso ritmo ipnotico delle onde del mare. “E perchè mai?”
“Perchè dicono che quelli leggermente sovrappeso come me…”
“Vabbè, ma appena appena sovrappeso”
“Appunto”. All’università gli studenti  lo chiamavano Omino della Michelin. “Leggermente. Mò onestamente io non ho proprio voglia né di fare la dieta, né di andare in palestra”.
“E tieni ragione, quelli sono cacamenti di cazzo!”

Ci riflettemmo per tutta la notte, sino a quando non ebbi l’idea: “Hanno stanziato il milione di dollari per la tua ricerca sullo sviluppo di un ambiente sociale che escluda naturalmente la violenza?”
“Sì, tra un po’ iniziamo”
“Bene, interrompi tutto. Prendi cento panzoni radom, prendi cento persone normali e vedi chi dura di più. Poi voglio vedere se tua moglie ha ancora il coraggio di dirti di fare la dieta!”
“E se durano di più quelli magrolini?”
“Magrolini?”
“Eh, quelli che non sono leggermente sovrappeso?”
“Ma che te ne fotte, con la statistica fai uscire quello che cazzo vuoi tu!”

Quel giorno mi disse che semmai avesse vinto il Telegatto l’avrebbe dedicato a me.
Non ho mai avuto il coraggio di chiedergli perchè mai un professore di psicologia dovrebbe vincere il telegatto.

Perchè la televisione mi ha cacato il cazzo

Sono anni che non ho la televisione.
Più o meno da quando Enrico Papi andava in onda di sera insieme ad un tizio chiamato Uomo-gatto. Quest’Uomo-gatto era uno con la faccia da morto ti figa, che se si faceva chiamare Cesareo era più onesto, anche perché in questo modo capivamo che la patana non l’aveva vista manco quando è nato.
Insomma, a quei tempi in tv c’erano ‘sti due e in più un pubblico in visibilio perché l’Uomo-gatto aveva un super potere. Direte voi: guarire gli ammalati? Trasformare l’acqua in piscio senza farla passare per la vescica? La capacità di fare condoni fiscali facendosi un pesce in mano? Manco pe gniente! Lui indovinava una canzone sentendone giusto il primo secondo.
A quel punto – e questo lo ricordo benissimo – mi dissi: “Ma chi cazz’ mo fa fà?” Presi la televisione, tolsi le varie spine e la portai ai miei genitori, perché proprio il giorno prima la loro si era rotta. “Te ne devi comprare un’altra?” chiese mio padre.
“Un’altra? Tu sei pazzo, io non la voglio proprio vedere più!”
E così è stato.

La cosa assurda è che, malgrado questo, io continuo a sapere più o meno quello che succede. Tipo so che Morgan a X-factor aveva meno dignità del mio gatto quando si lecca le palle, che Fabrizio Frizzi si travestiva ogni settimana da rock star ma ha comunque con più dignità di Morgan, e che adesso a Uomini e donne hanno messo pure i vecchi che fino a qualche giorno fa se ne stavano belli per il cazzi loro a guardare i cantieri in strada.
E voi vi chiedere: ma come fai a sapere tutte ‘ste cose?
Sei maccico?
Sei un fenomeno paranormale?

Ecco le devastanti conseguenze del cialis!

Ecco le devastanti conseguenze del cialis!

Guagliò, mica l’ho capito e, detto tra noi, sta cosa mi fa paura, perchè dentro il mio cervello ci sono delle sinapsi che potrei occupare ricordando – che ne so – la tavola periodica e, invece, sono buttate al cesso con queste informazioni che al massimo mi saranno utili quando cercherò di posteggiarmi una sciampista con evidenti handicap mentali.

Premesso ciò, qualche tempo fa volevo farmi la bocca dolce e così sono andato in cucina a prendere un paio di clementine. Qui c’era mio padre che guardava Santoro. Qui si parlava di nuovi poveri.
Non so voi, ma io quando sento parlare di nuovi poveri penso ai padri divorziati che tolgono il pane della caritas ai marocchini. Invece, qui c’era gente che comunque un lavoro ce l’ha, che a fine mese ci arriva, che magari una volta le vacanze se le facevano a New York, mentre adesso si devono accontentare delle isole Eolie.
Ma la cosa ancora più assurde è che a parlare di povertà c’era gente che povera non è per niente.

Io non so cosa voi intende per poveri. Non voglio essere estremo pensando a quelli che vivono sotto i ponti, ma per me un nuovo povero è chi, per una qualsiasi ragione, deve fare una visita medica inaspettata e già la cosa lo destabilizza perché non sa più come mangiare sino a fine mese.  O almeno, nella mia innocenza, mi aspetto questo.
E invece ecco che ci troviamo l’esercito Rai che urla sputazzando contro questo scandalo. Poi in studio chi invitano? Un’operaio che si fa il culo otto ore in fabbrica? Un operatore di call center che guadagna 230 euro al mese? Macché professionisti e contro-professionisti che si lamentano che quest’estate, quando sono stati a Praia a mare, non sono andati tutte le sere a cena fuori, pseudo-imprenditori che una volta facevano l’aperitivo dal giapponese mentre adesso devono accontentarsi di un qualsiasi bar.

Allora onestamente per me ‘sta gente deve prendere baracca e burattini e avere l’onestà di iniziare a guadagnarsi da vivere tirando i chionzi. Ma non in modo normale, deve tirari i chionzi pure col culo, attraverso un movimento contorsionista che darà tanta soddisfazione sia a loro che a me che li guardo mentre diventano consapevoli delle infinite potenzialità del loro corpo.

Visto questo, ho preso le mie clementine e me ne sono andato. Poi ho accesso il pc, mi sono sparato una grandissima puntata e How I met your mother e, rispetto allo spettatore medio di Santoro, mi sono sentito un grande intellettuale!

Il Karma è uno stronzo (ma un po’ pure io)

E’ una di quelle giornate che sembra avere dei problemi di bufering, mi muovo come un pupazzo a molla quasi completamente scarico mentre mi dirigo al bar.
Lo so che molti penseranno che sono uno snob viziato, ma io la mattina ho bisogno di fare colazione al bar: il caffè bello ristretto, il cornetto al cioccolato, gli sconosciuti che come me mangiano e si rifocillano di caffeina (e, se è possibile, non hanno per niente voglia di comunicare, men che meno con me); non so come mai ma tutto questo mi aiuta a svegliarmi. E guardate che per me è difficile, sono uno di quelli che ha il risveglio lento, uno di quelli che se si sente rivolgere la parola prima delle dieci fa un esposto all’AIA come lesione dei diritti civili. Il barista ormai è abituato alla mia presenza, mi serve ciò che voglio senza neppure chiedere.

Faccio il calcolo mentale delle cose che devo fare: incontrare due clienti, scrivere in un’ora quanti più articoli mi riescono, fare la spesa, passare in farmacia.

Esco dal bar e mi accoglie un’aria fredda che tra qualche ora si riscalderà sino a far illudere che non siamo ancora in autunno. Lascio scivolare gli occhiali lungo la fronte, di modo da proteggermi gli occhi da questo sole che non è fortissimo, ma sono sveglio da venti minuti e ogni raggio di luce sembra avere sulle mie retine lo stesso effetto che ha su un vampiro. Controllo l’ora e decido di passare in farmacia.

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Le strade della mia provincia sono percorse perlopiù da donne, pochi uomini quasi tutti che si muovono a passo svelto, a volte col cellulare sull’orecchio: sembrano sapere esattamente cosa fare, dove andare, come se avessero un perfetto schema da seguire e rispettare. Le donne no: hanno spesso un aspetto stanco e sembrano muoversi come seguendo un senso istintivo che le rende consapevoli di ogni minima azione senza che debbano portarci l’attenzione (forse hanno un programma che dice esattamente cosa devono fare, di modo che non debbano mai portarci l’attenzione).
A pochi metri dalla farmacia incontro F..

F.: pettuta frequentazione dei miei diciotto anni, un seno florido, grande, imponente e reale attorno al quale prendeva forma una ragazza minuta, dagli occhi verdi, con un particolare talento nel fare litigate stupide, fortunatamente compensato da una sapiente abilità nel sesso orale: lento, profondo, salivato, insomma, una di quelle che a diciott’anni guardi con un mistico senso di commozione: “Oddio ma le piace proprio, come nei film porno!”
È impegnata a infilare un passeggino in auto, mentre un uomo tiene per mano un bambino in lacrime e lo sgrida. Onestamente, farei finta di non vederla se i nostri occhi non si incrociassero indugiando in modo così evidente. “Ciao” mi dice, lasciando stare il passeggino.
“Ciao” la saluto io. La grandezza del seno è stata raggiunta dalla pancia, che potrebbe contenere al suo interno un bambino o un un eccessivo accumulo di lipidi (in questo caso meglio non fare nessun accenno, così, per rimanere sul sicuro ed evitare ogni possibilità di figura di merda). “Come va?”
“Bene, bene e tu?” I capelli arruffati, tinti abbastanza tempo fa da far notare la ricrescita bianca, le rughe innaturali per una ragazza che oggi dovrebbe avere ventisei anni, i vestiti sciatti: è una composizione estetica di decadenza, aliena la sua individualità per diventare stereotipo, l’icona più ovvia per rappresentare quel deperimento che a noi gente insensibile fa esclamare cose tipo: “Maronna mia, che fosso che mi sono scansato!”

F. mi scaricò dicendo che non ero alla sua altezza, che lei poteva avere ragazzi più belli e più simpatici.

Mi presenta il marito: stempiato, con la pancia, un volto segnato da rughe di stanchezza, probabilmente le stesse con cui è andato a letto la sera prima. Gli stringo la mano: molle, quasi senza vita, appiccicosa come se avesse la colla di pesce al posto del sudore.

dddF. mi scaricò dicendo che valevo molto meno di lei, che lei poteva avere chiunque e una che può avere chiunque mica si mette con uno come me, sarebbe da pazze. Io, a quell’affermazione, mi limita a mandarla a tirare quattro bucchini (cosa che – ne sono certo – ha sicuramente eseguito con particolare perizia).

Scambio qualche parola col marito, senza riuscire a controllare i muscoli del viso che mi fanno contrarre le labbra sino a comporre un sorrisetto stronzo e soddisfatto che proprio non riesco a togliermi dalla faccia.
“Ti vedo bene” dico ad un tratto ad F.  (sono finto come una banconota da dodici euro e cinquanta).

Quante sono le frasi stupide che possiamo dire a gente che abbiamo cancellato dalla nostra vita?
Ci penso dopo, quando F. è ormai alle mie spalle che prova di nuovo a far entrare il passeggino nell’auto: parliamo sempre delle persone del nostro passato, quelle che ci hanno segnato, quelle che abbiamo amato, che abbiamo amato sino ad odiare, quelle che ci hanno fatto del male, quelle che ci hanno fatto crescere, quelle che ci hanno fatto passare alle droghe pesanti, quelle che ci hanno fatto marcire il fegato, quelle per cui abbiamo scritto poesie e canzoni, quelle che ci hanno fatto rimpiangere di non saper suonare, quelle che volevamo prendere a pugni, quelle che volevamo baciare sino a farci seccare labbra e lingua, quelle che avremmo voluto baciare sino a prosciugarne completamente i genitali. Eppure ci sono delle persone che sono esattamente nulla. F. è una di queste. Non mi ha lasciato neppure un segnetto, se non il ricordo dei suoi seni stretti attorno al mio cazzo. E, malgrado si tratti di un ricordo tutt’altro che spiacevole, cerco di capire come diavolo sia possibile che di lei mi resta solo questo: una volta che abbiamo riso insieme? una volta che siamo rimasti ad ascoltare una canzone degli Smiths in silenzio? una volta che abbiamo parlato di un film? Probabilmente non è accaduto un bel niente di questo e se è accaduto era così privo di valore emotivo che non lo ricordo.

Tutto ciò che l’incontro con F. mi lascia è questo sorriso soddisfatto, perché non importa quello che hai provato per una donna, se l’hai amata o è stata un semplice parco giochi per i tuoi orgasmi, se però ti ha lasciato lei speri solo in una cosa quando la rincontri: che stia peggio di te. Non deve per forza stare male, avere una vita di merda o qualcosa di grave, basta che se qualcuno vi mettesse a confronto decreterebbe che, tra i due, quello messo meglio sei te. Mi specchio di fronte ad una vetrina, sono decisamente meglio di come ero a diciotto anni: ho un buon lavoro, un bell’aspetto, mi considero abbastanza simpatico, faccio perlopiù cose che mi piacciono, ho un discreto successo col gentil sesso e un buon numero di amici con cui fare serate di bagordi quando l’età si fa sentire in modo troppo prepotente. Certo, potrei essere più alto ma ho le spalle larghe, certo potrei essere più in forma ma negli ultimi anni sono dimagrito di trenta chili, ho le occhiaie e la barba lunga perché mi rompo di rasarla… malgrado questo, però, lei sta messa veramente male. Indosso un jeans, una maglietta con l’immagine del batman interpretato da Adam West e una camicia a quadroni. Posso dirlo? Mi sento moderatamente figo.
E la cosa, in modo così stupido immaturo e vuoto, mi fa sentire decisamente meglio. Cammino a mezzo metro da terra sollevato dalla mia vanità e mi sorprendo anche di essermi completamente svegliato. Entro in farmacia e dietro il bancone trovo la farmacista bionda, quella carina. La pelle è ancora tinta del colore dell’abbronzatura che sta cercando di fare il possibile per non abbandonare il corpo e, sotto il camice bianco, indossa un vestitino giallo che le arriva alle ginocchia.

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Sia ben charo, non sono il tipo che ci prova in questi casi, ma trovo gradevole rivolgermi a lei, osservarla sorridere, notare il modo in cui i capelli sono portarti dietro, in una coda di cavallo che mette in mostra un viso raggiante, dai lineamenti morbidi. Se fossimo in un film io della farmacista bionda sarei già completamente innamorato. E, invece, tuttalpiù mi piace chiederle di prendermi il Moment act e il colluttorio, facendo una battuta sul tempo, sui vecchi che rompono i coglioni… sapete quel minimo di flirting che non vale nulla ma fa sempre piacere. Quando si volta per prendermi ciò che lo ho chiesto, mi sporgo in avanti per guardarle meglio le gambe: non sono magrissime e sono delineate di modo che si possano distinguere i muscoli. Quando torna sono ancora lì ad osservarle, chiedendomi se un qualche sport o è più tipo da andare in palestra a fare sala. Sto quasi per chiederglielo, quando le scopre il mio sguardo insistente. In quel momento il sorriso che aveva si spegne, mi osserva, punta ogni centimetro del mio corpo e poi mi chiede: “Posso farti una domanda?”
“Certo” rispondo.
“Ma mi spieghi come si fa a trent’anni a mettere ancora la maglia di batman?”
“Ma è quello degli anni settanta” che è un po’ il mio modo nerd per dire che non è un semplice Batman.
Lei allora solleva lo sguardo al cielo, alza le sopracciglia e batte il conto sulla cassa.

Quando esco dalla farmacia, il Karma è poggiato proprio accanto la porta scorrevole, sopra il distributore dei preservativi. Ha le fattezza del giudice Santi Licheli e mi dice: “Hai voluto fare lo stronzo e ben ti sta!”ddd

Io non dico niente, fingo indifferenza ma lui mi segue: “Io ti faccio incontrare una vecchia fiamma e tu l’unica cosa che sai fare è essere contento perchè è diventata un cesso e ha sposato uno sfigato”.
“Veramente io non la metterei giù in questo modo, è offensivo”
“Bè” si passa la mano tra i radi capelli, manco fossero una lunga chioma indomabile. “E’ la vita ad essere  offensiva. Ma lo sai che il marito ha il cazzo con la curvatura verso il basso?”
“Uà… veramente? Non so e mi fa schifo o vorrei vedere una cosa del genere. E a lei piace?”
“E che cazzo ne so io!” esclama quasi urlando. Poi, con fare più calmo: “Scusa, è che ho smesso di fumare”.
“Aspetta un attimo però” torno indietro di qualche frase. “Mi vuoi far capire che se non avessi pensato a tutte quelle cose su F., la farmacista non mi avrebbe trattato come l’uomo più patetico del mondo?”
Il Karma sorride: “Più o meno… a trent’anni vai ancora in giro con Batman sulla panza, che ti aspetti, che le tipe ti guardino e pensino Oddio, volevo farmi suora ma ora che lo vedo ho riscoperto i miei ormoni?”
“In effetti…”
“Dove stai andando?”
“In salumeria”.
“Vengo con te, che non ho un cazzo da fare stamattina”. Poi prende dalla tasca una gomma, se la porta alla bocca e comincia a masticarla freneticamente. “Non te ne offro una perchè sono gomme alla nicotina. Ma, se proprio devo essere sincero, mi fa solo venire voglia di fumare di più”.
“E comunque la mia maglia è bellissima”
“Ma sì che è bella… mò non ti deprimere”

In culo al mondo

1.
Stefania aveva i capelli lunghi e neri e indossava quasi sempre la stessa maglia dei Nirvana. Quando la vedevo fuori scuola sentivo una cosa prendermi la pancia, una specie di stretta, un morso, e mi incantavo a guardarla, a fissarle il viso e i seni che si vedevano appena, perché la maglietta era di due taglie più grande e dava a tutto il suo corpo una forma strana.
I miei compagni di classe mi prendevano in giro e dicevano che quella lì non mi avrebbe mai guardato, perché la ragazze di terza non li guardano mai quelli di prima.

2.
Quello era il mio primo anno alla scuola media, il primo anno senza un grembiulino che mi proteggesse da tutti quegli sguardi che fissavano le orribili felpe che mi comprava mia madre.
“Vesti come un fesso” diceva Luca. Ed io non sapevo cosa rispondergli.
Era il primo anno che pensavo alle ragazze e le guardavo e le volevo, perché avevo l’impressione che fosse giunto il momento. Ma le femmine erano lontane, ci guardavano e sorridevano e poi dicevamo che eravamo troppo piccoli per loro; guardavano quelli di terza, oppure quelli dell’Itis non troppo lontano, che si facevano trovare nel cortile a fine giornata. Stavano seduti sui muretti, con una sigaretta che penzolava tra le labbra, muti, al massimo dicevano qualche parola all’amico che avevano accanto, puntavano questa o quella, qualche volta facevano un commento ad alta voce e, se la ragazza si girava, ci attaccavano bottone. A volte, invece, erano diretti: le abbordavano con la scusa dell’ora, di un informazione o con un complimento.
Io guardavo tutto questo e non sapevo proprio cosa fare.

3.
Luca in classe era il più grande. Era uno di quei ragazzi con la battuta pronta e per dicembre già stava con Viviana, che era una che sedeva al banco dietro il mio. Luca la baciava Viviana e le toccava pure un po’ le tette.
“Devi essere sveglio” mi diceva, quando mi trovava con lo sguardo fisso su Stefania.
Quando ci pensavo, immaginavo di dire a Luca che era uno stronzo, ma quel sogno ad occhi aperti non durava mai tanto. Così mi ritrovavo nella mia stanza, steso sul letto, o davanti alla scrivania con i libri aperti, e mi dicevo che io con una ragazza non ci sarei stato mai e poi mai.

4.
La sera il telegiornale mandava sempre in onda Di Pietro che parlava delle tangenti. Durante la cena, cercavo di convincere i miei a portarmi al  McDonnald’s, ma loro mi dicevano di stare zitto e alzavano il volume della televisione, mentre mio nonno bestemmiava, come se i politici lì dentro potessero sentirlo.
5.
Il mio compagno di banco era Paolo, con lui parlavo sempre delle ragazze. A lui piaceva Simona, una che stava seduta all’ultimo banco e aveva le tette più grandi là dentro. “Io quella lì me la faccio” diceva.
Ma non gli davo retta, era troppo stupido lui per stare con una ragazza. Se non parlavamo delle ragazze parlavamo dei fumetti. Ad entrambi piacevano quelli della Marvel, gli X-Man; lui usciva pazzo per Wolverine, mentre io preferivo Gambit. “Wolverine lo fa a pezzi Gambit!” diceva, poi stringeva il pugno e con l’indice dell’altra mano segnava la traiettoria delle lame che venivano fuori.
Io allora fingevo di avere un mazzo di carte esplosive, ne prendevo una e gliela lanciavo contro. “Gambit a quello lì non gli dà manco il tempo di avvicinarsi che subito lo fa saltare in aria”.
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A Pomigliano, dove vivevamo noi, non c’era niente da fare. Il sabato sera restavamo un po’ a piazza Primavera, oppure andavamo a sederci al chiosco. Ci parcheggiavamo lì sino a quando non si faceva ora di andare a casa. Incontravamo quelli delle altre classi e ci mettevamo d’accordo per organizzare delle partite a calcetto.
Eravamo forti noi, con Luca che giocava in attacco e faceva il Maradona e partiva da metà campo e buttava tutti a terra, sino a segnare. Io giocavo in porta e mi facevo chiamare Benjy. Luca, invece, si faceva chiamare Holly.

7.
Prima delle vacanze di Natale, Simona dette una festa a casa sua. Ballammo Il battito animale di Raf, i ragazzi con i ragazzi e le ragazze con le ragazze; poi i lenti di Eros Ramazzotti, tutti fermi, senza muoverci per non fare brutta figura. Luca e Viviana si baciavano e Paolo mi diceva che anche lui una volta aveva baciato una ragazza ad una festa, giocando ad obbligo o verità.
Io pensavo che c’era qualcosa che non andava, perché nei film che avevo visto le feste non erano così. I ragazzi nei film che avevo visto erano divertenti, sapevano cosa fare e, se pure erano impacciati, c’era sempre una ragazza che si avvicinava, prendeva l’iniziativa e li invitava a ballare.
Mio padre venne a prendermi alle nove e mezza. In macchina mi chiese se mi ero divertito ed io risposi di sì. Anche perché se avessi detto il contrario non credo che mi avrebbe capito.
A casa mi lavai, indossai il pigiama e poi andai a letto, sapendo che non sarei riuscito a prendere sonno. Dopo un po’ entrò mio nonno e mi chiese com’era andata la festa, se c’era qualche ragazza che mi piaceva. Gli dissi che la festa era stata strana, forse brutta e che sì, cera una ragazza che mi piaceva, ma era più grande di me. Lui rimase in silenzio per qualche secondo e si limitò a dire: “Effettivamente questo può essere un grosso problema”.
Non so perché, ma la cosa mi fece sentire un po’ meglio.

8.
Alla partita contro la III B venne anche Stefania. La guardavo dalla porta, tornando ogni tanto con lo sguardo al campo. Luca si buttava su quelli dell’altra squadra con la voglia di fargli male, ma gli avversari erano troppo più grossi. Paolo, invece, non appena prendeva la palla subito la perdeva, qualche volta si buttava a terra e poi chiamava il fallo. Ma nessuno gli badava, non c’era nessun arbitro a controllare e poi si vedeva benissimo che fingeva.
Stefania parlava con alcune amiche e disegnava sui diari, la partita non la interessava. Sfogliava le pagine, scriveva e poi le sfogliava di nuovo. Se fossi stato come Gambit le sarei piaciuto di sicuro. L’avrei incontrata una notte per la città, mentre un gruppo di ragazzi volevano farle del male; lei avrebbe urlato ed io, dall’alto del lampione sul quale ero seduto, avrei lanciato due carte esplosive su questi ragazzi. Poi sarai balzato vicino a lei, mi sarei preoccupato che stava bene e lei mi avrebbe guardato con degli occhi lucidi e grandi, che nessuno prima di me aveva visto e…
Mi segnarono.
“Ma che cazzo fai?” urlò Luca. “A che cazzo pensi, ricchiò?”
Mi limitai ad alzare le spalle e, come sempre, non dissi niente.

9.
Non mi piaceva la birra, troppo amara. Però con Luca qualche volta la bevevo, dando due o tre boccate alle sigarette che fregava al padre. In quelle sere eravamo soli io e lui, lontani dal chiostro, poggiati contro la saracinesca abbassata del fruttivendolo a via Locatelli e ci dicevamo che Pomigliano faceva schifo e che faceva schifo pure la nostra scuola. “L’Omero è una merda!” urlava, prendendo a calci quello che trovava. “Le vedi le professoresse, ci trattano come quelli delle elementari”.
“E perché, le ragazze?” rispondevo io. “Che fanno le grandi e ti guardano manco fossi un bambino e poi corrono appresso a quelli lì dell’Itis”.
Luca scuoteva la testa. “Le femmine sono tutte zoccole, solo che non vogliono fare le zoccole con noi”.
Una volta gli domandai se lui e Viviana l’avevano già fatto e mi rispose: “Quella lì proprio non ne vuole sapere. Lo sai a chi dobbiamo puntare noi? A quelle di sedici anni”.

10.
“Come si fa a capire se una ragazza è innamorata di te?”
Mio nonno prese un grosso respiro e poi disse: “Non è facile, devi imparare a guardarla”. Eravamo in camera mia, seduti sul mio letto. “Devi capire se ti cerca, ma è difficile, perché lei farà il possibile per non farsi scoprire. È un po’ come giocare a nascondino”.
“Ma…” esitai qualche secondo. “È stupido”.
“Solo un po’” sorrise lui.
“Certo che le femmine sono strane”.
Questa volta rise. “Si… ma anche noi maschi lo siamo. Il problema è che siamo strani in modo diversi”. Si alzò, andò alla scrivania e prese il libro aperto poggiato lì sopra, lo osservò e mi domandò se volevo essere aiutato a ripetere storia.

11.
Per farsi più grande Luca mi chiamava ricchione e gli altri in classe ridevano. Sia i ragazzi che le ragazze scoppiavano a ridere; non importava se fino ad un minuto prima stavamo parlando insieme e ci comportavamo come amici perfetti, loro ridevano lo stesso. Io gli rispondevo, dicevo che non lo ero, che semmai era lui il ricchione, e poi finivamo a prenderci a spintoni, una volta pugni: lui forti e un po’ ovunque, io invece colpivo l’aria. Quando entrò in classe la professoressa ci divise, ci mise un rapporto e poi volle parlare con i nostri genitori.
I miei urlarono per mezzo pomeriggio, perché ero un bambino irresponsabile, che non si comportava bene, che doveva imparare a crescere. Avrei voluto rispondere che io non ero un bambino e che ero cresciuto da un pezzo, ma mi limitai a promettere che non l’avrei fatto più.

12.
Quando finivo di studiare, guardavo i cartoni in televisione, oppure giocavo a Street fighter 2 sull’Amiga. Il mio personaggio preferito era Ryu, il karateca cinese che lanciava bolle di energia dalle mani. Paolo, quando il pomeriggio veniva a casa, prendeva Vega, un lottatore spagnolo col volto mascherato e un artiglio formato da tre lame. Sceglieva sempre quel personaggio perché gli ricordava Wolverine e nessuno, secondo lui, era più forte di Wolverine.
La mia vita era quella: studio, videogiochi, fumetti, il sabato sera un’uscita con i compagni di classe e un’altra la domenica mattina, con la scusa di andare a messa. I giorni erano tutti uguali e si potevano benissimo confondere se solo una mattina nonno non si fosse alzato dal letto.
Vennero il medico e i parenti. Mia madre aveva gli occhi rossi e mio padre la seguiva, faceva tutto quello che lei diceva ma senza guardarla.
Quando chiesi a mio nonno come stava, lui rispose: “Tua madre la fa sempre più grave di quello che è. Mi sento solo un po’ stanco, massimo due giorni e mi passa”.
Feci cenno di si con la testa; in fondo non mi aveva mai mentito.

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13.
Prima della fine del primo quadrimestre, giocammo contro un’altra prima e vincemmo per quattro a zero. Decidemmo di festeggiare, così andammo in pizzeria. Mi vantavo, bevendo una birra intera e dicendo che nessuno era stato capace di segnarmi.
Oltre alla mia classe, c’era anche quella che era stata sconfitta e tra questi c’era Lucia, un’amica di Viviana, che sedeva proprio accanto a me. Mi guardava e poi, ogni tanto, diceva qualcosa nell’orecchio della ragazza che le sedeva vicino.
“Quella ti vuole” mi disse Luca.
“Ma quando mai!” risposi io.
Non sapevo quello che dovevo fare, cosa dovevo dire. Era come se fossi stato appena abbandonato in un pianeta sconosciuto ed ora mi toccava orientarmi e trovare un modo per riuscire a tornare sulla Terra.
“Quella lì non mi interessa, manco mi piace” dissi, scuotendo la testa più forte del dovuto.
Luca allora mi disse che ero ricchione per davvero.

14.
Mi accorsi che nonno si sbagliava, quando nel silenzio pomeridiano in cui era immerso l’appartamento in cui vivevo tutto ciò che si poteva sentire erano i suoi lamenti. Provavo a tapparmi le orecchie con le dita, ma li sentivo lo stesso. Guardavo Kenshiro, giocavo all’Amiga e alzavo il volume al massimo, nella speranza che quei suoni potessero coprire la sua voce. Ma poi mia madre entrava in camera e urlava: “Ma lo vuoi capire che tuo nonno non sta bene? Lo capisci o no?” Prendeva il telecomando e spegneva la televisione. “Mettiti a studiare, che in questi giorni non stai combinando niente”.
Così pensavo che era giunto il momento di scappare di casa, perché era vero che la mia città faceva schifo, che la mia scuola era una merda e che, forse, anche io ero merda. Avevo voglia di piangere e poi piangevo e mi sentivo stupido e pensavo che le ragazze della mia classe facevano bene a guardarmi come un bambino. In fondo ero solo un bambino e non sapevo cosa fare; mio nonno stava morendo ed io non sapevo cosa fare.

15.
Luca mi disse che Stefania si era messa con uno dell’istituto tecnico.
Restai in silenzio.
Poi urlai: “Non è vero”.
Sentivo come se qualcosa nella mia pancia si fosse rotto, lasciando scorrere un liquido caldo.
“Il fesso sei tu” rispose. “Non hai manco provato a conoscerla”.
Visto che non avevo ancora imparato a prendermela con me stesso, me la pressi con lui e nel bagno facemmo un’altra volta a botte. E, come sempre, fui io a prenderle.

16.
Lucia indossava un giubbino bianco, con un fiocco sulla spalla sinistra. Quando la vidi arrivare al chiostro pensai che era carina, forse anche più di Stefania. Con Luca, Paolo, Viviana e altri ragazzi facemmo una passeggiata sino a piazza Primavera. Immaginai di incontrare Stefania, di vederla passeggiare in direzione contraria alla nostra, di incrociarla, di sentire i suoi occhi che mi guardavano e guardavano Lucia che camminava al mio fianco. Stefania avrebbe capito tutto e avrebbe fatto una faccia triste, perché lei in realtà voleva conoscermi, solo che non può essere la femmina a fare il primo passo.
Osservai di nuovo Lucia e mi sentii bene. Era bello sapere che lei, tra tutti i ragazzi della scuola e tra tutti i ragazzi dell’Itis che venivano fuori scuola, avesse scelto proprio me. Ad un certo punto le presi la mano e Paolo subito cominciò a prendermi in giro. Smise solo quando Luca lo colpì con uno schiaffo dietro la nuca, facendogli cenno di stare zitto.
Tornammo al chiostro e lì giocammo ad obbligo o verità. Non appena fu il mio turno, scelsi obbligo. “Dai un bacio a Lucia” disse Viviana sorridendo.
Il cuore cominciò a battere forte, osservai tutti gli altri che mi guardavano; guardai Lucia, le fissai la bocca e poi, con le labbra serrate, la baciai. Fu un bacio così veloce che manco me ne accorsi. Però tutti ridevano e sia io che lei eravamo più rossi che mai.

17.
“Nonno ho dato il primo bacio… anche se me l’aspettavo diverso. È solo che c’erano tutti gli altri che mi facevano sentire peggio di uno scemo. Nonno è stato stranissimo… ho sentito questa specie di infarto, come se il cuore si stava spaccando e poi si è spaccato, ma dentro c’era una specie di altro cuore… però più bello”.
Ma mio nonno non rispose. Restò steso sul letto, con la bocca aperta, il respiro forte e grosso, e una flebo nel braccio. Piansi e poi scappai in camera mia e mi dissi che non lo volevo vedere più; così mio nonno non lo volevo vedere più.

18.
Con Lucia non ci stavo insieme, però mi sarebbe piaciuto. È solo che quando la incontravo fuori scuola non sapevo cosa dirle, le parlavo delle professoresse che odiavo, delle partite di calcetto, dell’Amiga, cercavo di farle capire chi erano gli X-man e perché Gambit fosse il migliore, ma queste cose non la interessavano. Faceva cenno di sì con la testa, ma era chiaro che non vedeva l’ora che la smettessi di parlare. Così restavo in silenzio, e in silenzio ci stava pure lei, così ci ritrovavamo muti l’uno di fronte all’altra, sino a quando uno dei due non vedeva qualcuno e s’inventava di dovergli dire qualcosa di importante.

19.
“Tu devi prendere una decisione” mi disse Viviana, quasi minacciandomi. “Ci stai o no con Lucia?”
Avrei voluto dirle che non lo sapevo e che non ero in grado di parlare con lei; avrei voluto dirle che non sapevo neanche se e quando la dovevo baciare. E avrei voluto chiederle cosa vuol dire che due persone stanno insieme. Ma preferii rispondere: “No. Quella lì manco mi interessa”.

20.
Quando arrivò carnevale, andai a scuola con una bomboletta di stelle filanti. Quando la mostrai a Luca, mi guardò manco avesse visto un alieno. “Tu non solo sei ricchione, ma pure fesso. Fesso assai”. E cacciò fuori una di quelle bombolette a schiuma. “Queste devi comprare, mica quelle pazzielle”.
In realtà, avrei voluto comprare la bomboletta con la schiuma, ma mia madre non voleva, diceva che quelle erano per i delinquenti.
Mentre entravamo in classe, mi disse: “Preparati, domenica dobbiamo combinare un macello!”

21.
Quando andavo ancora alle elementari, la domenica mattina nonno mi portava in giro con lui. Andavamo dal giornalaio, comprava il quotidiano e un fumetto per me, poi andavamo a piazza Primavera, dove incontrava alcuni suoi amici. Io restavo vicino a lui, mentre parlava dei democristiani, dei socialisti e di Craxi. Lo ascoltavo arrabbiarsi e qualche volta diceva anche le parolacce. Non appena si accorgeva di averne detta una, interrompeva il discorso, si rivolgeva a me e diceva: “Io queste parole le posso dire ma tu no. Mi raccomando, non ripeterle a casa che altrimenti mamma tua mi fa passare un guaio”. Poi, riprendeva a parlare con gli amici. Io sbuffavo, non vedevo l’ora di tornare a casa, non sopportavo proprio di stare lì.
Ma la domenica, passando accanto la camera di mio nonnno, tenendo lo sguardo fisso per non vederlo, pensavo che avrei dato qualsiasi cosa per annoiarmi di nuovo con lui.

22.
Io e Luca eravamo entrambi armati di bomboletta a schiuma. Ci appostammo fuori la chiesa, perché quasi tutte le ragazze andavano lì la domenica. Quando le vedemmo uscire scegliemmo il nostro bersaglio: Simona. La avvicinammo con la scusa di chiederle l’assegno per il giorno seguente, poi cacciammo le bombolette, le spruzzammo i capelli e scappammo via.
“Che faccia!” disse Luca, quando ci fermammo. “Ma ti rendi conto, quella pensava veramente che volevamo sapere i compiti”. Poi divenne serio di colpo. “Guarda lì!” esclamò, indicando alle mie spalle.
Mi voltai e vidi Stefania che camminava mano nella mano con un ragazzo alto, con gli occhiali, i pantaloni larghi che strusciavano a terra. Deglutii e mi resi conto che era vero, che Luca aveva detto la verità.
“Lo facciamo nero… cioè bianco?”
Rimasi qualche secondo ad osservarli. “Sì” risposi, con un filo di voce.
A passo svelto e con le bombolette nascoste dietro la schiena ci avvicinammo e, arrivati ad un passo da lui, cominciammo a spruzzare prima in faccia e poi per tutto il corpo. Il ragazzo urlò, ci minacciò e provò ad inseguirci, ma non riuscì a prenderci. Io e Luca correvamo più forte di lui, nessuno ci avrebbe potuto prendere; né lui, né nessun altro.

23.
“Devi capire che gli altri posti mica sono come qui” diceva Paolo. “Sono diversi. Ci sono più negozi, più pub, più pizzerie”. Lo ascoltavo, ma senza interesse.
“Ricchiò, la vuoi smettere?” disse Luca, avvicinandosi e dando uno schiaffo dietro la nuca a Paolo.
“Guarda che non scherzo” rispose lui. “Ieri sono andato a Napoli… Luca è bellissimo mica come qua”.
“Eh” esclamò Luca con sufficienza. “Lo so. Mio cugino abita a Napoli”. Poi sbuffò. “Ricchiò, tu ancora devi capire che tutte le città sono diverse dalla nostra. Questo posto fa schifo, è il buco di culo del mondo”.
Mi venne da ridere. Luca se ne accorse e lo ripeté a voce alta: “Noi viviamo in culo al mondo!” Poi di nuovo, a voce ancora più alta: “Questo posto è il culo del mondo”. Gli altri in classe lo guardavano, la maggior parte ridevano, qualche ragazza faceva la faccia imbarazzata, come se provasse vergogna al posto suo.
Quando la professoressa entrò e lo vide in piedi su una sedia che continuava ad urlare, minacciò di scrivergli un rapporto sul registro. Luca allora osservò tutti noi e poi guardò la professoressa, come se dai sui occhi potessero uscire dei raggi laser in grado di disintegrarla. “Professoressa pure lei vive in culo al mondo insieme a noi!”

24.
Quando ci fu l’incontro scuola-famiglia, la professoressa di italiano disse a mia madre che ero un bravo ragazzo, uno di quelli che studiava, ma che non mi impegnavo come dovevo. “Forse la cosa dipende dalle compagnie che frequenta”. Secondo la professoressa di italiano non dovevo frequentare Luca, lui era il peggiore della classe e veniva da una famiglia che certo non era delle migliori, mentre la mia era una di quelle buone. “Credo che risenta molto l’influenza negativa di questa compagnia. E ogni tanto mi capita di vederlo distante, come se stesse pensando ad altro… ma questo credo che dipenda dalla situazione che vive a casa”.
Mia madre mi sgridò, mi disse che non sarei uscito, che per un intera settimana non avrei giocato all’Amiga e che potevo anche dimenticarli quei dischetti che papà aveva promesso di comprarmi. “E poi” aggiunse. “Ho l’impressione che te ne stai approfittando un po’ troppo di quello che sta succedendo… devo controllare bene chi frequenti, non mi piace proprio la piega che stai prendendo”.
Trascorsi il sabato sera steso sul letto, a leggere i vecchi numeri degli X-man, guardando in televisione la Corrida di Corrado e odiando i miei genitori, che non capivano niente, che giudicavano le persone senza conoscerle e che pretendevano di sapere cos’era meglio per me senza conoscermi affatto.
Quel sabato immaginai che ero stato adottato e pensai che tra genitori e figli c’è un intero oceano a dividerli.

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25.
Volevo vedere mio nonno, raccontagli tutto, lui avrebbe detto qualcosa, magari avrebbe parlato con mia madre. Così mi avvicinai alla sua stanza, ma avevo paura di aprire la porta, di vederlo ancora steso, con la flebo nel braccio e quel respiro rumoroso. Avrei voluto dirgli che non lo sapevo più se la mia vita mi piaceva o meno, che la vita è ingiusta quando ti piace una ragazza e quella sta con uno che non sei tu, che la vita è ingiusta anche quando sei troppo timido per dire di sì; avrei voluto dirgli che avevo l’impressione di vivere in culo al mondo, in una città dove non esiste niente se non una piazza, un bar triste e una strada che si riempie di ragazzi quando ormai per me è troppo tardi per stare in giro; una città dove non c’è neanche il McDonnald’s.
Se avessi avuto la certezza che aprendo quella porta l’avrei trovato sveglio, con quella solita espressione tra il pensieroso e il sorridente stampata sul viso, gli avrei chiesto perché ero triste. Perché io mi sentivo triste e non serviva a niente guardare i Turtles, leggere i fumetti o giocare coi videogiochi, non mi passava. Gli avrei domandato perché ero triste e nessuno se ne fregava.
Ma alla fine tornai nella mia stanza, spensi la luce e restai in piedi, fermo, nella speranza che qualcosa o qualcuno mi dicesse cosa fare.

26.
Una volta nonno mi raccontò che prima la nostra città non era una città, ma un paese. Poi però Giovanni Leone, che era di qui, divenne presidente e decise che da quel momento sarebbe diventata una città. Lo dissi a Paolo e a Luca e poi aggiunsi: “Secondo me è una stronzata, non ci si può svegliare la mattina e decidere che una cosa non è più quella cosa ma un’altra”.
“Vero” rispose Luca.
“La gente fa così” esclamò Paolo. “Crede che se cambi il nome alle cose poi gli altri credono che sono completamente diverse… ma invece restano tali e quali”.
Quel giorno stavo per esplodere, avrei voluto fare qualcosa di grande, di bello, di incredibile, qualcosa che non potevo fare, qualcosa di importante, qualcosa che mi avrebbe cambiato la vita e lo dissi anche agli altri.
“Andiamo al Mc Donnald’s” disse Luca.

27.
“Vuoi?” Luca mi passò la sigaretta.
“No” risposi. Eravamo in bagno. Bevevo dal rubinetto e guardavo fuori, verso quella specie di cortile in cui ci portavano nelle ore di educazione fisica per giocare a calcetto.
“A che pensi?” mi domandò Luca, soffiandomi il fumo in faccia.
Alzai le spalle. “A niente”.
“Dai… non fare il ricchione”.
Pensavo che sino a qualche tempo prima le cose erano diverse. “Non lo so, è che l’anno scorso era tutto più facile, mi bastavano cose stupide per essere felice, tipo fare quattro passi coi miei, andare a cena fuori con loro, mentre adesso è tutto più complicato”.
Luca dette una boccata alla sigaretta. “È che prima alla pucchiacca mica ci pensavi”.
Scossi la testa. “Per niente”. Ed ebbi una strana sensazione, come se di colpo quei giorni delle elementari in cui dicevo che le femmine facevano schifo li avessi dimenticati ed in quel momento fossero tornati, condensandosi tutti in un unico secondo.

28.
Pasqua la trascorsi a mangiare le uova di cioccolato insieme agli zii, che parlavano di una breve vacanza in montagna, tenendo lontano il pensiero di nonno, come se non esistesse. Non avevo mai odiato così tanto la mia famiglia e, tra un bicchiere di vino mandato giù di nascosto, e mia zia e mio padre che proponevano un fine settimana a Roccaraso, avrei voluto urlare tutto; anche se non sapevo bene cosa fosse quel tutto.
Provavo a stare con i miei cugini più grandi, ma loro non mi volevano, mi scansavano e parlavano a voce bassa per non essere ascoltati ed io odiavo anche loro, perché avrei venduto l’anima per parlare delle loro cose, per sentire quello che si dicevano mentre mi mandavano via.
Quando quel giorno finì, promisi che non sarei mai diventato come uno della mia famiglia.

29.
Qualche pomeriggio capitava che andavo da Paolo. Insieme giocavamo con il Nintendo e poi guardavamo i programmi sulle televisioni regionali, dove c’erano i cantati neomelodici che ricevevano le telefonate dai fan. Li guardavamo e ridevamo, a volte senza neppure capire quello che la gente da casa diceva, perché parlava in un dialetto troppo stretto per noi. Il nostro programma preferito era quello che conduceva Valentina, una cantante bionda, che in realtà era un uomo che si era operato per diventare donna. Un pomeriggio con noi c’era anche Luca e decise di chiamare. Prendemmo il telefono e quando Valentina rispose, lui cantò: “Tu nun sì femmina, te chiamm’ Ciro!” La linea fu staccata di colpo e noi scoppiammo a ridere, mentre lei dalla televisione se la prendeva proprio con noi.

30.
La professoressa ci disse che avremmo fatto una visita guidata alla chiesa di San Severo di Napoli, per vedere il Cristo Velato. A quelle parole io e Luca ci lanciammo uno sguardo e, nel cambio dell’ora, ci dicemmo che era l’occasione giusta per scappare via.
“Vengo anche io con voi” si intromise Paolo. Ma non lo volevamo. Paolo un soggettone, ma alla fine fummo costretti a promettergli di farlo venire, altrimenti avrebbe raccontato tutto alla professoressa.
Poi il mondo si fermò e non so bene quello che accadde. Fu un attimo, o un’eternità, o forse entrambe le cose insieme, confuse. Mi svegliai e sentii che mancava qualcosa, come se interi universi fossero stati divorati e la loro assenza poteva essere sentita anche a migliaia di anni luce di distanza. Mi alzai dal letto e per un attimo il respiro mi mancò. Pensai ai compiti e alle interrogazioni, ma lì era tutto a posto. Pensai a Stefania ma non era lei. Stefania era un vuoto che sentivo all’altezza dello stomaco, mentre quest’altro vuoto era fuori di me e sembrava voler divorare tutto. Uscii  dalla mia cameretta e andai in cucina: mia madre piangeva e mio padre parlava a telefono. Stavo per chiedere cosa stava succedendo, ma non dissi niente. Le mie lacrime furono le prime ad avere una risposta, cominciarono a scivolare giù senza che me ne rendessi conto. Il vuoto che sentivo attorno a me bruciava e quando compresi il perché, mia madre mi stava abbracciando forte ed io non ci volevo credere.

31.
In chiesa pensai di nuovo che non poteva essere vero, perché  io non avevo ancora salutato mio nonno, perché lui non mi aveva detto ancora un sacco di cose. Mi immaginai grande e immaginai lui ancora più vecchio e insieme camminavamo a piazza Primavera. Nonno incontrava i suoi amici, ma non si fermava con loro per parlare di politica, li salutava con un cenno e poi proseguiva dritto. Arrivavamo insieme sino a piazza Municipio e poi camminavamo ancora sino alla torre dell’orologio e poi ancora, per chilometri e chilometri, fino a quando il mondo non finiva e non c’era niente se non noi che camminavamo.
Mi domandai perché il mondo non fosse finito insieme a lui. E per un attimo fui sicuro che la Terra dovesse esplodere da un momento all’altro.

32.
“Hai saputo” mi disse Luca. “Stefania si è lasciata con quello lì con cui stava?”
“E allora?” fu la mia unica risposta. Avevo la testa china sul diario ed ero impegnato a scrivere chissà che.
Luca sorrise. “Bravo, così ti voglio, tutto d’un pezzo!”
Alzai le spalle.

33.
Il giorno della gita era tutto pronto. Nel pulman io Luca e Paolo sedevamo nei posti dietro, vicini. Luca baciava Viviana e le teneva la mano. Lei non sapeva della nostra fuga. Non lo sapeva perché non avrebbe mai potuto capire e perché non sarebbe mai potuta venire con noi.
Quando fu il momento di entrare nella chiesa di san Severo stemmo vicini alla professoressa e poi, quando lei cominciò a parlare, ci allontanammo fino ad uscire fuori, per poi correre veloci sino ad una piazza lì vicino, per superarla entrando in un vicolo che portava in un’altra piazza ancora, con al centro un obelisco.
Mi guardai attorno, c’erano dei turisti che camminavano e poi dei ragazzi più grandi e tutti sembravano essere così diversi da noi. Sorrisi.
“L’abbiamo veramente fatto” disse Paolo incredulo.
Luca fece un salto e poi un urlo che sembrava quasi un ululato.

34.
Camminammo senza meta per un bel po’, attraversammo quelle strade che non conoscevamo, cercando di decidere cosa avremmo fatto della nostra vita. “Possiamo fare i giocolieri” proposi. Ce n’erano un paio proprio di fronte a noi, che chiedevamo monetine e facevano volteggiare in aria delle asticelle.
“No” rispondeva Luca. “Ci troviamo una fatica come si deve”.
“Ma vogliamo andare a questo McDonnald’s?” disse ad un tratto Paolo.
“Bravo” rispose Luca. “Da quando ti conosco è la prima cosa intelligente che dici”.
Le indicazioni le chiedemmo alla gente per strada, non fu difficile. Arrivati lì, prendemmo ognuno di noi un panino diverso e poi le patatine e la coca cola. Poi facemmo il bis, prendendo ancora panini diversi. Quando stavamo per uscire entrò la professoressa assieme ai nostri genitori.
Il padre di Luca gli corse incontro per poi colpirlo con uno schiaffo che sembrò fare eco per tutto il locale. Quando mi si avvicinò mia madre, pensai che quella stessa sorte sarebbe toccata anche a me, ma lei mi abbraccio e mi disse: “Che volevi fare?”
“Niente” risposi. “Volevo solo scappare di casa”.
Lei mi strinse ancora più forte e a me venne da pensare che in fondo i miei genitori non erano così male.

35.
Una volta a casa i miei genitori decisero che devono essere punito. “Niente uscite il sabato sera per due mesi!”
“Ma tra due mesi la scuola finisce” piagnucolai, ma non ci fu niente da fare. Quella era una decisione irrevocabile. Mi chiusi nella mia cameretta e pensai di dire tutto a nonno, perché lui mi avrebbe capito. Ma mi detti subito dello stupido. Presi dalla cartella il mio diario e lo sfogliai: c’erano alcune cose scritte dalla femmine, dei disegni, l’assegno e alcune parole che avevo scritto giorni prima: “Viviamo in culo al mondo, con la professoressa che parla, con i genitori che se ne fregano, con le ragazze che non ci guardano, con una sega che fa sempre piacere, con una sigaretta fumata di nascosto nel bagno della scuola, con una peroni bevuta lontano, con un campetto di calcio miniuscolo. Ma se dobbiamo vivere in culo al mondo allora ci dobbiamo vivere come si deve, fino in fondo, fino a fargli male; come Superman che sembra un soggettone ma poi vola lontano, che finge di restare sulla Terra ma in realtà va oltre i confini dello spazio”.
Restai qualche secondo immobile poi strappai il foglio e lo feci in tanti pezzi minuscoli. I miei genitori avrebbero potuto leggerlo e mettermi in punizione sino alla fine dell’anno. Ed io ormai non ero più un bambino da un pezzo.

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Come mai degli 883: l’iconografia di quei fragili anni ’90

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Come mai è uno video più struggenti degli 883, la perfetta iconografia di ciò che sono stati gli anni ’90.
Ma analizziamo per bene.

E’ il compleanno di Mauro Repetto, che ha prenotato in un locale che sembra uscito da Twin Peaks un maxi party dove ha invitato tutti i suoi amici; in realtà ‘ste lote non ci volevano venire, ma poi Repetto ha detto: “Forse ci fa un salto pure Fiorello”. E loro hanno pure finto di apprezzare il suo modo di ballare.

Il buon Repetto (questo antieroe picaresco, figlio della provincia italiana) subito cerca di fare il marpione con una bionda che ti basta guardarla di sfuggita per capire che non gliela darebbe manco se avesse una bomba nell’utero con l’interruttore sito sul punto G.
Quindi scatta il dramma.
Il nostro protagonista è triste, sconsolato, fa da ragazzo tappezzeria alla sua festa, mentre Max Pezzali e Fiorello fanno i fighi della situazione, cantando una canzone che lui ha scritto. E’ la sconfitta finale, la triste resa di qualsiasi tentativo di volontà di potenza.

Ma ecco che il benevolo spirito degli anni ’90 si fa largo.
Questo spirito è incarnato dal medium della tv di Mediaset, che invoglia i suoi spettatori al grido di “Torna a casa in tutta fretta, c’è un biscione che ti aspetta“: uno stornello così motivante che quasi nessuno fa caso a dove si va ad infilare quel cavolo di serpente. Questo spirito buonista illumina Max Pezzali e Fiorello che, invece di inveire sulla sfiga del loro compare, si fanno un gesto col capo con cui decidono di dare al loro amico l’unico vero regalo che vuole per il compleanno: bombarsi la bionda.
Così, tra un’imitazione di Fiorello (che sembra stra-fatto della stessa sostanza di cui sono impomatati i suoi capelli) e qualche splendido sorriso di Pezzali, i due architettano un piano che neppure nelle più sanguinarie battaglie di Risiko.

Voi ridete e scherzate ma, intanto, Mauro Repetto è diventato un attore, pure bravo. L'ho visto qualche tempo fa e quasi non lo riconoscevo. Infatti sono stato per i primi venti minuti a chiedermi: "Ma chi cazzo è quello che balla vicino Amleto?"

Voi ridete e scherzate ma, intanto, Mauro Repetto è diventato un attore, pure bravo.
L’ho visto qualche tempo fa e quasi non lo riconoscevo. Infatti sono stato per i primi venti minuti a chiedermi: “Ma chi cazzo è quello che balla vicino Amleto?”

Gli amici presenti capiscono l’antifona e, visto che sono delle merde, mica fanno finta di niente o si fanno i cazzi loro, no, per l’amor del cielo; cominciano ad inveire puntando l’attenzione su di lui. Qualcuno suggerisce di fare luce col cellulare ma, siccome siamo negli anni ’90 e i cellulari sono mattoni ad uso e consumo degli yuppies, devono ripiegare sull’accendino, che si addice più ai Pink Floyd che ad un concerto degli 883.

Per fortuna la bionda è uno di quelle a cui eccita essere osservata, così il nostro eroe la bacia e lo spettatore è felice, sapendo che, a meno che non dica o faccia qualche stronzata, Mauro Repetto riuscirà ad avere il suo regalo.

E’ il 1993: nessuno sa chi ha ucciso Laura Palmer, le bombe esplodono a Bombay, Federico Fellini vince l’Oscar alla carriera, Silvio Berlusconi si prepara a scendere in campo, un’autobomba della mafia esplode nei pressi degli Uffizi, in america debutta il Late show di David Letterman e Kurt Cobain pensa al suicidio.
E’ il 1993: il mondo sta cambiando, va sempre più veloce, i legami sociali si indeboliscono, le subculture si frammentano sempre di più, la solitudine generazionale è una piaga che troverà come placebo solo la visione costante e ripetuta di tutte le puntata di Friends.

E’ il 1993 e tra un paio d’anni lo stesso Repetto lascerà gli 883, forse perchè stanco di quel suo ruolo di autore ridotto a “biondino che balla”, forse per inseguire un amore, forse perchè un ragazzino che di colpo si trova con un botto di soldi in mano ad un certo punto può pure fare la cazzata di andare via e abbandonare tutto.
Ma in quel momento, in quel video, l’intero mondo allo sbando trova un punto di equilibrio: due amici, pronti a tutto per tenere in piedi l’universo del proprio compare, anche se sanno che vuol dire solo posticiparne la disintegrazione.
Ormai Dio è morto e non importa se si tratta di un omicidio o un sucidio, c’è un posto vuoto e quel posto lo occupano Fiorello e Max e con la loro presenza dicono che ci saranno sempre, malgrado il tempo che passa, malgrado le donne. Il mondo è un incubo e loro due sono pronti ad aiutare il loro amico per affrontarlo.
Altrimenti non si spiega perchè Max Pezzali è vestito come Dylan Dog!

Il problema non è il sesso senza amore, ma senza desiderio [1° parte]

Seeeenti per caso conosci…”
Esiste uno strano bug nel sistema di programmazione dell’essere umano secondo il quale, durante una conversazione, non appena dici alla persona di fronte di quale città sei, in che ufficio lavori o che scuola hai frequentato questi, immediatamente, con assoluta e certa garanzia, chiederà se conosci Tizio (o qualsiasi altra persona con un nome meno ridicolo).

“Davvero sei di New York? Ma per caso conosci Bill?”
Certo, ho fatto l’esempio di New York, ma potrei tranquillamente fare riferimento a Napoli. “Oh, ma mica conosci Gaetano Esposito?” Come se ne esistesse solo uno, solo ed esclusivamente quel Gaetano lì.
Secondo me questo problema deriva dal fatto che ognuno di noi pensa che il mondo sia esattamente il pezzetto di mondo da lui conosciuto.
“Veramente lavori all’Apple? Mica conosci Giovanni del settore contabilità?”
“Ma io sto al negozio”
“Eccheccentra, non vi conoscete tutti?”

Quindi, ecco che non appena dico che lavoro faccio mi arriva, puntuale come una malattia venerea dopo una notte di bagordi, la fatidica domanda. E quando rispondo di no, che non so chi diavolo sia il tipo appena nominato, la persona di fronte mi rivolge uno sguardo di disapprovazione, carico di tutto lo sdegno che si può rivolgere a cotanta ignoranza.
“Ma come non lo conosci? Fa questo lavoro da un sacco di tempo!”
“Ma forse non l’ha mai fatto con me”.

La realtà è che io di colleghi ne conosco pochissimi e non ho mai avuto grande interesse a frequentarli: sono troppo invasati, così concentrati a dare l’immagine di sé dei vincenti o delle guide spirituali, da perdere tutto ciò che dovrebbe avere un essere umano – per non parlare del fatto che sono così esaltati, che dopo dieci minuti provo una sensazione che, come un pendolo, oscilla tra il desiderio del suicidio e l’omicidio violento.

Malgrado questo, oggi sono ad una cena con almeno una trentina di loro, tra cui uno che, mentre manda giù bicchieri e bicchieri di prosecco, mi dice: “Ah, sei laureato in sociologia? Conosci mica…” e via di nome e cognome random che non significano per me assolutamente nulla.
“Sì, è quello che è rimasto col pesce nel buco della parete del bagno”.
“No, aspè” panico, confusione. “E’ un tipo alto, con i capelli bruni, una persona seria”.
“Sì, sì, ho capito bene. Capelli castani, più o meno alto così” fermo la mano almeno due o tre spanne sopra la mia testa. “Tipo serio, ma strano”.
“Secondo me non ci siamo capiti”.
“Secondo me non conosci bene quelli che ti circondano”.

Poso il mio bicchiere ancora pieno sul tavolino al nostro fianco e mi allontano. In queste occasioni è sempre meglio evitare di ubriacarsi: bisogna essere completamente lucidi per mandare in crisi il prossimo.
Queste occasioni funzionano più o meno così: ognuno deve dare l’impressione di essere più figo degli altri. Come nelle riunioni degli ex compagni di scuola, ognuno è ossessionato dal dimostrare di avere avuto più successo di tutti. E la parola chiave non è tanto successo, ma dimostrare: non conta, infatti, il successo effettivo ma quello che gli altri percepiscono. Insomma, siamo alla sagra della presa per il culo ed io cerco di renderle grazia nel modo più dignitoso possibile.

La riunione di classe che vorrei

La riunione di classe che vorrei

“Quanto hai guadagnato quest’anno?”
“Intendi col coaching o con le scommesse sui cani?”
Il bello è che quando dici frasi del genere con un tono serio e un’espressione completamente impassibile, le persone vanno nel pallone: l’assurdità della frase stride in modo fortissimo con tutta la sua componente non verbale. Alcuni si sentono presi in giro, altri provano imbarazzo, altri ancora vengono dilaniati dalla curiosità e fanno domande. Insomma, non so cosa rappresentano per i miei colleghi serate del genere, per me è un po’ come andare al parco giochi; e loro sono le mie personalissime giostrine – whoooooooo, più veloce!

Benedico il free bar ordinando un chinotto e gettando uno sguardo panoramico lungo tutta la sala. Ad occhio, posso affermare quasi con certezza, che sono l’unico sfigato a non essere venuto accompagnato.
I motivi sono semplici: sono single e, se anche non lo fossi stato, non avrei mai chiesto ad una persona a cui voglio bene di condividere questo strazio. Quindi la domanda che può sorgere è la seguente: “Ma perchè cazzo ci sei andato?
Perchè il mondo del lavoro è crudele, bisogna farsi vedere, fare amicizie (certo, per ora non ne ho fatte tantissime), fare in mondo che la gente sappia chi diavolo sei, di modo che quando qualcuno domanderà “… quindi conosci Umberto De Marco?” l’altro possa dire “Certo che lo conosco“. Con la speranza che non aggiunga pure: “Quello stronzo!”

Un uomo mi fa un cenno da metà della sala. Si muove tra i tavolini tenendo la mano ad una donna con un abito da sera azzurro, che le mette in risalto seno, fianchi e gambe. Man mano che si avvicinano, mi rendo conto che lei non ha più di venticinque anni. Il mio collega, invece, ne ha almeno cinquanta.
Non siamo amici, ma abbiamo frequentato parecchi seminari insieme, dopo i quali spesso siamo andati a mangiare con altri colleghi, oppure siamo andati a bere una birra. Non ricordo il suo nome e, detto tra noi, non è affatto importante.

Siamo sinceri: fisso la scollatura della ragazza per tre secondi buoni, dopo i quali mi rendo conto di ciò che sto facendo, quindi dissimulo imbarazzo e saluto il mio collega con un calore forse troppo eccessivo. “Ti presento Olga” dice lui.
Le stringo la mano e percepisco immediatamente qualcosa di strano. La osservo di nuovo, gli occhi cadono ancora nella scollatura neanche fosse quello l’elemento strano.
“Come va?” mi domanda lui.
“Non è un periodo positivo. Il settore è in crisi”.
“Ma no, non è in crisi. Ci sta solo mettendo alla prova”. Ecco, capite quando dico che i miei colleghi sono una massa di esaltati? “Ci sta offrendo nuove possibilità, è solo che ancora non le vediamo”. Gli farei vedere io un paio di ceffoni a manrovescio. “Dobbiamo comprendere che la crisi è un’opportunità, un modo in cui chi ha cervello può riuscire ad imporsi sugli altri”.
“E tu hai cervello?” domando con una sincera curiosità.
La ragazza ride e la cosa mi fa sentire in colpa, non volevo metterlo in imbarazzo davanti a lei.

Il coach medio: nella sua bislacca autopercezione.

Il coach medio: nella sua bislacca autopercezione.

“Questo sta a te dirlo, io la crisi non la percepisco. E tu?”
Ok, me lo sono meritato. Forse dovrei smettere di fare il rompi balle e indossare anche io il mantello rosso e le mutande sopra i pantaloni e spacciarmi per Superman. Per carità, quello che dice lui è giustissimo, è il modo che è sbagliato. È giusto affrontare la crisi come fa lui (sempre meglio che lamentarsi e restare immobili a piangersi addosso) ma, quando sento qualcuno esprimersi in questo modo, penso solo che o ha lasciato l’empatia a casa o non ne hai mai avuta granché. Di fronte ad un problema non ha senso spararmi in faccia il tuo pensiero positivo, che cosa mi vuoi dimostrare: che sei più figo di me, migliore, più in gamba? Qualunque cosa sia, quale pensi sia la mia reazione? Mi inginocchio e ti chiedo di insegnarmi ad essere come te o ti mando a quel paese perchè mi stai così tanto sugli zebedei che cominciano a pesarmi troppo?

Ma ovviamente questo non è una normale conversazione tra due persone, siamo ad una sottospecie di riunione di classe, qui non basta essere umani, bisogna andare oltre, ergersi oltre ogni altro essere vivente e spiccare sulla vetta (ovviamente in perfetta solitudine: perchè mentre lui va a scalare i suoi limiti, tutti gli altri sono rimasti al rifugio a bere, mangiare, ballare e forse forse qualcuno rimedierà pure una pelle).

Si avvicina un altro collega, uno che non ho mai visto, ma deve essere ben conosciuto dal mio uomo anti-crisi, che lo saluta con un abbraccio tanto virile quanto freddo, poi saluta la sua signora e presenta la propria; infine, visto che si trova, presenta anche me.
I due devono parlare di lavoro: si scambiano frasi e battute su un progetto rivoluzionario che li renderà ricchi, un qualcosa di innovativo che può essere generato solo dalla loro particolare sinergia (non sto inventando nulla, si esprimono proprio in questi termini).

La ragazza con l’abito azzurro, intanto, è assente. Dopo essersi presentata è come se si fosse completamente distaccata dal luogo: ha lasciato la mano del compagno, controlla il cellulare, scrive, sorride, scorre lo schermo con le dita, sorride ancora e riprende a scrivere. Ad un certo punto lui si volta a guardarla. “Olga!” esclama. Lei mette velocemente il cellulare nella mini borsa che ha con sé e torna da lui. Non si limita a raggiungerlo, più che altro sembra ubbidire all’ordine.

Torno al bar, di modo da poter scorgere l’intera sala: i tavolini sono tondi, sostenuti ognuno da tre gambe, con massimo quattro sedie attorno. Per lo più sono le donne ad essere sedute, la stragrande maggioranza sono mogli, fidanzate e compagne, ma ci sono anche colleghe, che indossano l’immancabile tailleur, che mette in risalto le gambe e le scollatura quando vale la pena metterla in risalto, altrimenti limita a donare quel tono austero da avvocatessa della city di Londra, totalmente priva di qualsiasi impulso sessuale. Come nel resto del mondo, anche nel mio lavoro le donne hanno due linee guide di comportamento: usare la propria femminilità, le proprie forme, il proprio corpo con relativi feromoni per acquisire clienti, giungere ad un differenziale positivo con i clienti e colleghi maschi che vorrebbero scoparsele e con le clienti che, toccato il fondo della loro assenza di fiducia, cercano solo una donna che appaia sicura e gnocca quel tanto che basta da poter essere seguita come una guru, da eleggere a modello da imitare. Oppure: diventano delle irritanti fighe di legno, in una lotta silenziosa contro l’universo maschile.

Una volta uscivo con una collega. Anzi, non solo era una collega ma collaboravamo anche insieme. Un tipico errore di gioventù che mi ha fatto capire che se non bisogna sputare nel piatto dove si mangia, è ancora più sconsigliato sborrarci dentro. Si occupava perlopiù di vendita, tenendo dei corsi all’interno di varie aziende. “Tutto può essere venduto” diceva lei.
Fatt’accattà a chi nun te sape” rispondevo io.
Lei si innervosiva, non aveva senso dell’umorismo, si prendeva troppo sul serio. Credeva nel pensiero positivo, nel volere è potere, nel poter fare qualsiasi cosa (ma proprio qualsiasi). Vi domanderete voi: tu non credi alle stesse cose?
Sì e no. Come ho già scritto, non è il contenuto il problema, ma il contenitore, quel porsi su un piedistallo con la convinzione che se gli altri si comportassero e la pensassero esattamente come te, il mondo sarebbe un posto migliore e le persone vivrebbero il tipo di vita che vogliono.
Non ho mai capito come mai a nessuno nel mio ambiente sia venuta un’ernia all’ego.

"Sono una di quelle poche donne che sa per certo di piacere agli uomini per la sua fantastica personalità!"

“Sono una di quelle poche donne che sa per certo di piacere agli uomini per la sua fantastica personalità!”

Gli uomini, invece, sono quasi tutti in piedi, in gruppetti massimo di cinque persone. Ridono, si scambiano i biglietti da visita manco fossero le figurine dei calciatori, si danno pacche sulle spalle, ogni tanto qualcuno prende sotto braccio un altro per parlare a quattr’occhi (quanta dannatissima ipocrisia in questo gesto: un movimento sciolto, netto, che deve apparire forte e allo stesso tempo affettuoso. È come se dicesse seguimi, seguimi perché ti voglio bene e non posso che portarti in un luogo che ti piace. Quando in verità alla base di qualsiasi collaborazione tra di noi raramente c’è la stima, l’affetto o anche solo la consapevolezza che due competenze diverse possono portare alla creazione di un servizio migliore; ciò a cui ognuno punta sono i contatti: la lista di clienti, interessati, simpatizzati, raccolta col sudore della fronte e con complessi sistemi di marketing on line. Unire le forze non significa unire le abilità, ma unire le proprie liste, scambiarsi i contatti, di modo da poter aumentare il proprio bacino di utenti).

“Un bicchiere di vino bianco”.
Il mio sguardo viene strappato via da lì e torna sulla ragazza in abito azzurro: questa volta, mentre è appoggiata con i gomiti sul bancone del bar, posso osservarle il sedere.
Si volta verso di me e sorride: “Ti stai annoiando, vero?”
Fingo un sorriso che più che altro è una smorfia: “Da morire”.
“E allora perché ci sei venuto?”
“Bella domanda”.
Mi accorgo che non è italiana. Dal modo di parlare dovrebbe essere dell’est, per quanto dai suoi colori non direi mai che è russa, forse è ceca (e baso questa ipotesi unicamente sul fatto che è bruna, con gli occhi di un colore che dovrebbe essere una via di mezzo tra il verde e il nocciola).
“La vera domanda” dico. “È perché ci sei venuta tu?”
“Io perché devo”.
Resto interdetto, sollevo consapevolmente entrambe le sopracciglia (mi sono detto più volte di non farlo, mi fa sembrare una pessima imitazione di Groucho Marx) come a volerla spronare a dire altro, ma per lei la risposta deve essere abbastanza esaustiva.
Solleva il bicchiere di vino e dice: “Brindiamo alla noia?”
Prendo il mio pieno per metà di chinotto e lo sollevo: “Alla noia”.
Li facciamo tintinnare l’uno contro l’altro, guardandoci negli occhi e provando uno strano senso di unione.

Cerco di essere chiaro sin dal principio: non c’è attrazione sessuale, non c’è interesse reciproco, anzi, tra me e questa ragazza non accadrà assolutamente niente; è solo che siamo quasi coetanei e non abbiamo per niente voglia di essere qui. Avvicinarsi l’uno all’altro è la cosa più naturale che può succedere.
Le chiedo cosa fa e lei mi racconta di Milano, di un negozio di moda, di commesse, di clienti donna arroganti e clienti maschi maiali. Intanto io mi chiedo se è davvero fidanzata col mio collega, se è la sua compagna di letto o, semplicemente, un trofeo da ostentare nelle occasioni sociali, in cui avere una bella donna accanto (meglio ancora se giovane) è un modo per innalzare il proprio status al punto tale da apparire un professionista migliore rispetto a chi – tanto per dire – si porta a letto un cuoppo.

Nessuno si innalza lo status come il buon vecchio zio Hugh Hefner.

Nessuno si innalza lo status come il buon vecchio zio Hugh Hefner.

Mi torna in mente un ricordo.
Avevo ventun anni e camminavo mano nella mano con Elisa lungo il corso principale della sua città. Era notte ed eravamo appena usciti da un concerto in cui si erano esibiti vari gruppi, tra cui dei nostri amici. Mentre tornavamo alla mia auto, una macchina piena di tamarri inchiodò accostandosi a noi, poi uno di loro abbassò il finestrino per urlarmi: “Guagliò, ma lo sai che stai con un cesso?” E, senza neppure aspettarsi una risposta, ripartì. Lo racconto alla ragazza e lei non riesce a nascondere un’espressione confusa.
“Mi è venuto in mente così” aggiungo. “Sai, una libera associazione” anche se non è proprio vero.
“Ti sei sentito offeso?” mi domanda.
“No, peggio: umiliato. Ma non per quello che puoi pensare. Elisa era tutto fuorché bella, questo però non le impediva di essere eccezionale e niente e nessuno mi avrebbe impedito di sentirmi orgoglioso al suo fianco. In quel momento mi sono vergognato di me”.
“In che senso?”
Può davvero una donna capire come mi sentivo?
Un tamarro insultava la mia ragazza ed io? Io ero lì in silenzio, immobile, completamente preso alla sprovvista; fu una delle rare occasioni in cui non ebbi la battuta pronta. Il punto è che se anche avessi risposto, che avrei ottenuto? Probabilmente sarebbero usciti tutti dall’auto e mi avrebbero fatto sperimentare i dolori di una cresima laica.
“Dimmi tu, cos’è peggio: restare in silenzio e non difendere la propria donna o difenderla con la consapevolezza che verrai pestato a sangue senza alcuna possibilità di salvezza?”
Olga sorride: “Ogni donna ti dirà che la prima è la scelta più saggia. Ma in cuor suo rimpiangerà il fatto che non hai preferito la seconda opzione”. Si interrompe. “C’è qualcosa di affascinante nei cavalieri con l’armatura scintillante e… qualcosa di ancora più affascinante nei cavalieri destinati alla sconfitta ma che, malgrado questo, la affrontano”.
“Come lo definiresti questo qualcosa?”
“Non lo so… forse essere una testa di cazzo”.

Mi chiede del mio lavoro e, quando le dico che mi occupo anche di ipnosi, vuole il mio numero di cellulare. Dopo poco viene richiamata dal suo compagno ed io inizio ad andare in giro, a chiacchierare coi colleghi. Sono venuto qui per questo; o almeno in apparenza. L’unica ragione reale per cui sono qui è perché questa sera non avevo proprio di meglio da fare e non mi andava di restare a casa, così poteva essere una buona idea quella di farsi vedere in giro dai colleghi.

Per non parlare del fatto che queste occasioni sono ottime per raccogliere le informazioni. Ad esempio: il collega che guadagna di più non necessariamente è il più bravo, di certo è quello che sa vendersi meglio. Così ci si pongono delle domande: come ha fatto? Che strategia ha usato? Ha operato solo on line? In che modo posso applicare la stessa strategia a ciò che faccio io?
Ovviamente le informazioni che si hanno in questi casi sono sempre un po’ sfalsate. Proprio per quel complesso da riunione degli ex alunni, ognuno cerca di pompare, patinare ed esaltare la propria immagine; un po’ come quelli che dicono: “Mi occupo di gestione immobiliare, coordino i vari proprietari di modo da conciliare i bisogni  discordanti, così da poter compiere scelte amministrative ottimali per l’intero team”. E sono amministratori di condominio.

Per mezzanotte sono in auto, con i Twilight singers a tutto volume, diretto verso casa.

I 5 segnali impercettibili che ti fanno capire che ti vuole solo per una notte di sesso

Uno dei drammi maggiori della donna moderna è quello di districarsi in un mondo di uomini allupati che, pur di affondare in loro i denti (e non solo quelli), direbbe e farebbe qualsiasi cosa.
Così una ignara pulzella esce con un uomo, inconsapevole che egli – subdolo! – le sta offrendo il teatro, la cena e il caffè al Gambrinus non come omaggio alla sua compagnia, ma perché vuole abusarne il corpo e lo spirito (ma fondamentalmente il corpo); quale orrore! La malcapitata, al risveglio, scopre che il maschio non voleva semplicemente omaggiarla, e così  si ritrova sedotta e abbandonata, con accanto una metà vuota del letto, che ancora odora del dopo barba di lui e su cui è posato, tipo muta di un serpente, un numero variabile da due ai sette parapesci.

Tipico esempio di uomo galante che, in realtà, vuole solo approfittarsi della vostra debolezza.

Tipico esempio di uomo galante che, in realtà, vuole solo approfittarsi della vostra debolezza.

Indi per cui, giovani donne: vengo in vostro soccorso!
Ecco a voi 5 segnali impercettibili che vi fanno capire se l’uomo con cui state uscendo pensa a voi unicamente come partner sessuale

 

1
Manco vi siete visti da due minuti e lui già dice: “Allò, vuò chiavà?”

In primo luogo, apprezzatene la ruspante schiettezza.
Poi fate i vostri calcoli: il maschio di fronte a voi vuole portare il bambiniello sulle giostre, voi ora potete farlo entrare a divertire (che poi magari vi divertite pure voi) oppure potete chiudere i cancelli.
Però, sul serio, prima di dagli del rattoso, apprezzatene la sincerità!


2
Vi dice: “Sai sono appena uscito da una storia importante”. 

Tipico esempio di uomo che, dopo essere uscito da una storia importante, cerca di affrontare la cosa in modo tranquillo e riservato.

Tipico esempio di uomo che, dopo essere uscito da una storia importante, cerca di affrontare la cosa in modo tranquillo e riservato.

Sottotesto: tengo la capa a pazziella.
Ora io lo so che ci stanno un sacco di femmine che se ne escono pensando che, malgrado questo, loro possono cambiarlo, che possono vedere in loro una seconda possibilità… ma non è così.
L’unico pensiero del maschio in queste occasioni è: “Ho sparso il seme in un solo pertoso, mò ne devo ingarrare almeno altri sei o sette”.
Insomma, si vuole fare sono una chiantella. Fatevene una ragione.


3.
Si lascia scappare che lui si dedica molto al lavoro e che in questo periodo è la sua priorità. 

"Amore, ma non lo vedi? Sto faticando come un ciucciariello!"

“Amore, ma non lo vedi? Sto faticando come un ciucciariello!”

Insomma, ve lo sta dicendo forte e chiaro, non ha tempo per voi: ha bisogno di soldi, e sapete perchè?
Perchè vuole piacere alle donne come voi che cercano un cazzo di uomo in carriera… ma poi alla fine quel tipo di donne non lo vogliono perché lui è così impegnato dalla carriera che non ce la fa a farsi una pelle neanche col Cialis. Per non parlare del fatto che le donne in questione sono così ossesionate dall’accasarsi da rendere completamente inutile lo sfizioso effetto chimico del Cialis.
Cioè, sta vivendo un dramma interiore! Comprendetelo.

4
Vi dice: “Ti amo”. Al primo appuntamento. 

Diventiamo seri: ci sono femmine che poi veramente ci credono. Cioè, bello e buono arriva questo qui, vi dite quattro cazzate, un paio di bacetti, magari un po’ di mano sulla zizza. Poi dice: “Ti amo”. E tu che fai? Ci credi?
Mò voglio pure capire che tieni ‘na zizza che è potente… ma fino a questo punto?
Per farla breve: sta mentendo per portarvi al proprio talamo (o al cesso più vicino). Se così non fosse, si tratta probabilmente di uno psicopatico.
Ecco, in quel caso magari l’avete trovato il tipo che vuole una cosa seria.

5.
Inizia a scapocchiarselo, dicendo: “Te piac’o siscariell?”

Mentre siete ancora al tavolino del bar e il cameriere ancora non è passato a prendere le ordinazioni.
Tendenzialmente questo comportamento evince un’assenza di volontà ad impegnarsi in una relazione stabile.
Però che ne sapete? Potreste essere l’eccezione che conferma la regola…

“Sai, io non sono tanto normale”. Ovvero: ‘e sciem!

Io se fossi dittatore, tiranno, papa, masto di festa alle nazioni unite, presidente indiscusso o anche solo ministro del Buon Gusto istituirei una pena per tutti quegli imbecilli che con un fare un po’ da Bukowski e un po’ da zoccola di Arcore dicono cose del tipo: “Sai… io in fondo non sono un tipo tanto normale, sono un po’ pazzo”.
Niente di eccessivo, per carità: un semplice matrimonio di paccheri che manco Tyson e Mario Marola assieme, ogni volta che dicono ‘sta strunzat.

Lo capisco bene che c’è bisogno di sentirsi unici e speciali, ma ‘sta gente – che Dio li chiami alla sua gloria il prima possibile! – ne hanno fatto proprio una malattia, ci tengono a ribadire sto concetto per ogni cosa che succede.

“Sai, io non sono un tipo tanto normale, sono un po’ pazzo… ad esempio se sono in libreria e vedo un titolo che mi colpisce, pure se non so niente dell’autore, io lo compro e lo leggo lo stesso!”
Minchia, chiamate la Neuro!

Oppure: “… per farti capire, una volta al ristorante ho ordinato le patatine fritte ma quando sono arrivate non ne avevo più voglia, così non le ho mangiate. Sono fatto così, sono un po’ pazzo”.
Mò, escludendo la disapprovazione per l’atto in se che un qualsiasi membro della Fao potrebbe esprimere (ma non solo), io resto con tanto di occhi sgranati, mascella a terra e penso: “Marò… sei un rivoluzionario!”

Sai, io non sono tanto normale: quando faccio la pucchiacca con le dita e poi ci guardo dentro, vedo il mondo come tu non lo vedrai mai!

Sai, io non sono tanto normale: quando faccio la pucchiacca con le dita e poi ci guardo dentro, vedo il mondo come tu non lo vedrai mai!

Così succede che dovunque vada mi ritrovi circondato da ‘sti sciem che si vantano della propria pazzia e della loro a-normalità.
Il mio problema con questi qui (e so che il problema è mio, mica loro che se ne sbattono le palle, tanto sò pazzi) è che le parole sono importanti, se penso alla non-normalità o alla pazzia al massimo mi viene in mente il Barone a piazza del Gesù (che Dio smisti la sua anima a Bacco!), che puzzava di Ronco a duecendo metri di distanza e che ogni tanto si tirava fuori il pesce per paccariarselo manco fosse un criaturo che ha appena rotto un piatto del servizio buono.

Il fatto è che ‘sti pazzi, ‘sti non-normali, ‘sta band’e sciem sono fin troppo normali, se vogliamo considerare la normalità come elemento statistico (se non lo sapete la statistica è la scienza che vi dice quante possibilità avete di esaurirvi mentre la studiate), sono così tanti da essere comuni, da rientrare nella media.
Per non parlare della pazzia.

Fai qualcosa di veramente pazzo, cazzo!
Vestiti da Goldrake e inizia a cantare tutte le canzoni di Pupo nel bel centro di piazza San Pietro durante la messa. Chiama a Barbara Durso e denuncia il fatto che non solo non ti vogliono fare sposare col tuo cane, ma non vi vogliono manco fare adottare un bambino.
Vestiti da Berlusconi, vai sulla tomba di Andreotti con una scimitarra e urla: “Ne è rimasto soltanto uno!”
Che sono ste pazzie da quattro soldi?

Altrimenti un minimo di onestà: “Sai, io non sono normale, sono imbecille!”
Personalmente la mia reazione sarebbe questa:

 

I 4 motivi per cui Cacarsi il Cazzo è cosa buona e giusta

 

nb: questo post è un variatio minima
di un post scritto sul mio precedente blog

Il cacamento di cazzo: esiste concetto più nobile?
Il cacamento di cazzo è un po’ come uno spirito antico insito in ognuno di noi, molto spesso sopito, ma che scalpita e si fa sentire nei momenti in cui la noia, il fastidio e l’irritazione si fanno largo.

Quando questi tre demoni pungolano la vostra quiete, ecco che arriva il cacamento di cazzo: si muove dentro di voi, si agita, sgomita, sino a quando non prende il sopravvento ed esplodete in una esclamazione di sanissima intolleranza. Tipo: “Ma sai che ti dico? Ma chi cazzo me lo fa fare di ascoltare le tue stronzate? Sai che c’è, io me ne vado… tu resta pure qua e continua a parlare!

Tony Servillo: ormai emblema della lotta contro i cacatori di cazzo al grido di: "Ma vafangulo... 'sta cretina!"

Tony Servillo: ormai emblema della lotta contro i cacatori di cazzo al grido di: “Ma vafangulo… ‘sta cretina!”

Cacarsi il cazzo è un concetto nobile e profondo, con radici antichissime, e che ha permesso di vivere la vita in modo semplice e sereno. Secondo due principi molto semplici:
1) Sto bene con te, resto
2) Mi caco il cazzo, me ne vado (e se provi a trattenermi ti mando pure affanculo)

Purtroppo un giorno è arrivato Voltaire con quella storia del non essere d’accordo con le idee altrui ma difenderle comunque, con la tolleranza e altra roba del genere e così, ahinoi, ci siamo costretti a subire lunghi ed interminabili cacamenti di cazzo, senza mai farli esplodere.
E questo è un male per varie ragioni. Qui di seguito vi elenco le più importanti:

Pure a Godzilla cacano il cazzo e certe volte la cosa destabilizza pure lui.  Vabbè, poi distrugge dieci città per sfogarsi, ma questa è un'altra storia...

Pure a Godzilla cacano il cazzo e certe volte la cosa destabilizza pure lui.
Vabbè, poi distrugge dieci città per sfogarsi, ma questa è un’altra storia…

1) Quando evitiamo di dire a qualcuno che ci sta cacando il cazzo, questi si sentirà invogliato a continuare, quindi indirettamente gli diciamo: “Oh ma tranquillo, cacami il cazzo tutte le volte che vuoi. Ce l’ho proprio per questo”.

2) Se proviamo quella sensazione di enorme fastidio quando qualcuno ci caca il cazzo è perchè il corpo, la mente e lo scroto ci dicono che quella situazione non ci piace, ci annoia, ci infastidisce. Se lo ignoriamo ecco che arriva lo stress, la frustrazione e, infine, la depressione. Andate così da uno psicanalista che non capisce una beamata cippa e vi dice non solo di accettare quell’emozione, ma anche di analizzarla per bene. Così il vostro cacamento di cazzo addirittura aumenta, monta a neve, per non parlare dei livelli che raggiunge quando vi rendete conto di quanto state pagando in psicanalisi. Quando, invece, sarebbe stato molto più sano ed economico un onesto vaffanculo.

3) Ma vi rendete conto di quanto tempo perdete quando non date retta al vostro cazzo cacato? Mettiamo il caso che siete ad una cena e tutti parlando di Grillo, citano le vignette di Vauro, poi si scagliano contro Berlusconi, passano a Renzi e, infine, controllano il loro i-phone per vedere se ci sono commenti alle foto che stanno scattando della serata. Non so voi, ma in una situazione del genere io lascio andare il mio cacamento di cazzo e me ne vado. Sarà maleducato, sarà poco diplomatico ma qual è l’alternativa? Stare per ore e ore con un gruppo di imbecilli, a parlare di altri imbecilli? Sò due ore della mia vita, le voglio impegnare come si deve, facendo cose più produttive: anche dormire in questo caso va bene.

Ora pensate a tutte queste occasioni e fate il calcolo di tutto ciò che potevate fare se solo non fosse stati così teneramente tolleranti.
E ora pensate a cosa succedeva se vi cacavate il cazzo e ve ne andavate? Ore e ore di tempo da poter impiegare per tutte quelle cose che non avete il tempo di fare. E che vi fanno dire: “Oh, com’è triste la mia vita non ho il tempo per fare…” E così, a vostra volta, cacate il cazzo agli altri.

4) Tenete conto che il cacamento di cazzo è un atto naturale, sano e genuino. E quando vi sottraete ad esso il mondo diventa un posto peggiore perchè, come accennato sopra, vi trasformate a vostra volta in dei cacacazzo di dimensioni bibliche.

Insomma, il cacamento di cazzo è un concetto che ha le sue radici nello zen, nella capacità di mantenere equilibrio tra lo yng e lo yang (che poi sono concettualizzazioni dei vostri coglioni, reali o metaforici che siano).
Il suo rispetto equivale al rispetto dell’ordine cosmico.Chi diavolo credete di essere per non rispettare l’equilibrio stesso dell’universo?